Fallimento o miracolo?

Fallimento o miracolo?

Resoconto del mio ritiro al Ferriere Ultratrail

La testa è appoggiata a terra e guardo verso il cielo dove le nuvole si muovono lente sopra le montagne, spinte da un vento che si sta facendo via via più freddo. E sorrido.

Sono fermo, scalzo, sdraiato da mezz’ora sull’asfalto caldo accanto al gazebo del 5° ristoro, dopo aver corso e camminato per 83 chilometri con un dislivello totale di 4.600 metri. Mi fanno male i piedi, le caviglie, i polpacci, le ginocchia e i quadricipiti. Ho dolori ovunque. Ma sorrido.

Ho iniziato a correre insieme ad altri 80 trail runner alle 23.00 di ieri e sono in giro da circa 18 ore: non ho mai fatto così tanta strada in una gara, al massimo ero arrivato a 70 km l’anno scorso nell’UltraK Trail. Perciò sorrido.

Ripenso ai troppo pochi allenamenti fatti e alle due gare di avvicinamento, l’Andersen Trail da 45 km e il Trail del Marchesato da 60 km: sono consapevole di non avere nelle gambe la distanza e il dislivello necessari per affrontare un’ultratrail come questa, ma fino a questo punto ci sono arrivato, con un’ora di anticipo sul cancello orario previsto. Quindi sorrido.

E ho deciso di ritirarmi.

L’iscrizione al Ferriere TVGT 102K

Ho accettato di partecipare alla Ferriere Three Valley Grand Tour 102k come preparazione per la Lavaredo Ultra Trail LUT 120 km quando, un paio di mesi fa, il mio amico Simone mi propone “Ferriere”

– Cos’è Ferriere?
– Un paese in Val Nure.
– Dove?
– Dove scorre il Nure.
– Chi?
– Vabbè, sull’Appennino ligure, ma in provincia di Piacenza.
– Ah, quindi vicino.
– Sì, con partenza in notturna, come la LUT
– Non ho mai corso di notte.
– Appunto, devi provarci e quindi la facciamo come allenamento: capiamo cosa vuol dire correre tutta la notte e vediamo fin dove si arriva.
– Va bene, intanto mi iscrivo

L’arrivo a Ferriere

Lo start della gara è previsto per le 23, quindi decidiamo di arrivare a Ferriere per ora di pranzo. Con me, oltre a Simone, ci sono anche Silvia e Andrea, tutti della squadra 100% Animatrail. Ho già fatto alcune gare e allenamenti con loro, il gruppo è rodato e affiatato, ma nessuno di noi ha mai affrontato “una cento” prima d’ora, pertanto non ci sono consigli da dispensare.

Nel viaggio in macchina Simone legge il road-book: quattro pagine che spiegano per filo e per segno quello che ci aspetterà, tra salite, discese, passaggi tecnici, tipologie di sentieri e le 7 vette da cui passare per un totale di 6000 metri di dislivello positivo.
Io cerco di memorizzare il chilometraggio dei vari ristori, che mi faranno da obiettivi intermedi, suddividendo la gara in porzioni più facili mentalmente da affrontare.
Primo ristoro al 14° km, secondo al 24°, terzo al 30°, quarto al 40°, quinto al 57° che farà anche da “base vita”, sesto al 67°, settimo all’83°, nono al 95°.

Ci sono anche i cancelli orari da tenere in considerazione: se non si arriva entro una certa ora da un punto di controllo non si può continuare la gara.
30 km entro le 6.00, 57 km entro le 11.30, 83 km entro le 17.30… questi cancelli ci sembrano piuttosto “stretti”.

Dopo chilometri di curve nel niente dell’Appennino arriviamo a Ferriere, piccola località incastrata tra i monti che probabilmente si popola solo con il turismo estivo perché ora in giro non c’è nessuno.

Facciamo un pranzo abbondante e quindi cerchiamo di riposarci: sarà la tensione pre-gara o forse i letti a castello del nostro ostello, ma nessuno riesce a dormire.

Preparo lo zainetto da trail, controllando il materiale obbligatorio e aggiungo barrette, gel e panini nel caso i ristori siano sguarniti come è successo in altre gare. Preparo anche il sacco con il cambio dei vestiti da lasciare all’organizzazione e che ritroverò alla base vita del 57° km.

Una cena leggera a base di carboidrati e di nuovo in branda per l’ultimo tentativo di sonno pre-gara. Il tempo sembra non scorrere, ma finalmente arriva il buio e ci vestiamo: la trasformazione in trail runner è completa con lo zainetto tecnico e la lampada frontale pronta e carica per illuminare i nostri passi.

Mentre andiamo alla partenza cerchiamo di scaldarci con un po’ di parole di incoraggiamento e qualche battuta:

“Se la finisci mi incazzo, perché non ti sei allenato.
Se non la finisci mi incazzo perché avresti dovuto allenarti!”

Questo è lo speciale inboccalupo di Simone nei miei confronti, per la serie “comunque vada, non andrà bene”.

Facciamo qualche foto di rito vicino al gonfiabile, ci facciamo consegnare il tracker gps ed entriamo tra le transenne in attesa dello start.

Ferriere Ultratrail, la gara

Ore 23.00: che la corsa abbia inizio!

Nel giro di poche centinaia di metri siamo già fuori dal paese e imbocchiamo uno sterrato in discesa, piuttosto rovinato: i miei muscoli sono ancora freddi e il passo incerto nei punti più sconnessi, al punto che la caviglia destra si piega in modo innaturale un paio di volte in rapida successione. Ahia.

Mentre i miei compagni di squadra sfilano davanti, io resto nelle retrovie del serpente di lucine, cercando di gestire le mie energie e il mio ego, tanto la gara è lunga.

Ho un gran caldo e temo di essermi coperto troppo con una termica a maniche lunghe e una giacca tecnica, ma più che sfilare il buff dal collo e alzare le maniche non posso fare, spero le temperature si abbassino con il passare delle ore.

Raggiungo Silvia e facciamo un tratto vicini. “Potremmo fare anche tutta la gara insieme” penso: abbiamo un passo simile e darci manforte durante la notte sarebbe utile, ma quando raggiungiamo Simone, lei si adegua al suo passo e io continuo con il mio, agganciandomi ad un gruppetto che mi fa strada.

Io non ho la traccia impostata sul Garmin e mi dovrei affidare solo alle indicazioni sul percorso: balise azzurre con catarifrangenti appesi agli alberi e segni di vernice giallo fosforescente a terra, quindi è più strategico seguire qualcuno.

Al 12°km, dopo quasi due ore di gara raggiungo Andrea e arranco per star dietro alle sue lunghe falcate in una salita che sembra non finire mai verso il primo ristoro, dove tiro il fiato mi rifocillo. Sono pronto a ripartire nel buio di una notte strana… ma non doveva esserci tempo sereno? Il cielo è coperto al punto che la mezza luna stenta a farsi vedere e man mano che saliamo l’aria si fa umida e nebbiosa: siamo dentro una nuvola!

La frontale accesa fa lo stesso effetto degli abbaglianti dell’auto nella nebbia padana, in pratica non si vede dove si appoggiano i piedi e si fatica a scorgere le balise catarifrangenti che indicano il percorso. Una salita molto ripida al 15° ci porta nel giro di un paio di chilometri alla prima delle 7 cime oltre i 1700 metri; “ci dev’essere un panorama bellissimo da qui” penso mentre riprendiamo a correre in cresta, sempre avvolti da una nebbiolina bagnata.

Ad un certo punto davanti a me non vedo più nessuno: controllo il Garmin, siamo al 17° km, inizia la discesa che nel road-book era indicata come “uno dei tratti più tecnico e pericoloso della gara. OCCORRE ATTENZIONE E PRUDENZA il sentiero in roccia, sassi smossi e ghiaia friabile è in discesa e molto insidiosa; addetti del soccorso alpino e dell’organizzazione presidieranno questo tratto di percorso

Il sonno, che aveva cominciato a farsi strada, sparisce di botto per l’iniezione di adrenalina di questa discesa.

Le luci degli altri concorrenti sono molto più in basso e dietro non ho nessuno: meglio così, almeno decido il mio ritmo, ma se devo stare più attento a dove andare per non uscire dal tracciato, anche perché alla nebbiolina si aggiunge la polvere sollevata da chi mi precede. L’aria diventa più difficile da respirare, gli occhi bruciano e vedo sempre meno.
E ora perchè ci sono due luci che mi puntano e mi accecano?
Sono le frontali di due alpinisti del soccorso alpino che stanno risalendo per fare assistenza: saluto, ringrazio e continuo a ruzzolare giù.

Finita questa agonia riprendo Andrea e continuiamo la nostra gara insieme in un incessante su e giù, entrando e uscendo da boschi nebbiosi e passando su pianori d’erba senza sentieri fino al ristoro dei 24 km e poi via su una ripida e lunga discesa: “Ehi, siamo sulla pista da sci di cui parlava il road-book, ma questa è una nera!

Sono trascorse quasi 6 ore e arriviamo al Rifugio Gaep che ospita il terzo ristoro e il primo cancello: abbiamo un anticipo di oltre un’ora, quindi ce la prendiamo comoda e mentre mi rifocillo con uova sode, patate, pane e salame, minestra, banana e frutta secca ci raggiunge anche Silvia.
Si riparte insieme nel buio più freddo di questa nottata che sta per terminare: le luci dell’alba cominciano a delineare le creste delle montagne che ci circondano, ma dobbiamo aspettare ancora più di un’ora prima di poter spegnere la frontale.

I chilometri passano lenti, ma un passo dopo l’altro la gara procede; a volte si supera a volte si è superati, ma

queste gare sono una sfida con se stessi più che con gli altri, che non sono visti come concorrenti, ma come compagni di viaggio.

Foto di Silvia Colombo

Al ristoro del 40° accendo il telefono e mi scaldo leggendo i messaggi che mi arrivano dagli amici e dai compagni dell’SGM triathlon. Qualcuno ha iniziato a seguirmi sul sito grazie ai dati del tracker gps.

Al 50° km inizia un sentiero in single track finalmente ben battuto e provo a far girare le gambe, imballate dai tanti chilometri passati a camminare e a trotterellare: sarà la pendenza lieve, il percorso paesaggisticamente appagante e la temperatura favorevole, ma mi sembra di volare e mi trovo a correre da solo: dietro di me non c’è più nessuno.

Raggiungo altri trail runner e li passo nell’estasi di una corsa che ho deciso di tenere fino alla base vita. Che però non arriva…
Guardo il profilo altimetrico con le indicazioni stampate sul pettorale: il ristoro doveva essere al 55°, il garmin vibra il 57°, ma sono ancora nei boschi.
58° e sono ancora su una discesa spaccagambe.
59° entro in un paese e dopo un po’ di asfalto finalmente ecco il ristoro dove dei volontari mi accolgono applaudendo:
Sono alla base vita o è un miraggio?
No, no, sei arrivato! Vieni a mangiare!

Base vita

Poco dopo arrivano anche Silvia e Andrea e decidiamo di mangiare prima e cambiarci dopo.

Recupero il mio sacco con il cambio, tolgo termica a maniche lunghe e felpa tecnica per indossare la maglietta a maniche corte della squadra, via i pantaloni lunghi in favore di quelli corti. Rimosse le calze controllo la situazione dei piedi: non sono messi benissimo tra escoriazioni, vesciche e unghie dal colore strano; spalmo un po’ di crema e infilo i calzini puliti quindi le scarpe di scorta. Torno al bancone dei viveri per riempire la borraccia e la sacca idrica quindi cerco di rincorrere i miei compagni che stanno lasciando la base, ma il percorso parte subito in salita e non riesco a raggiungerli. “Vabbè, tanto sono lì davanti, alla prossima discesa li prendo”; peccato che mi piombi addosso tutto il peso della fatica di questi 60 km a cui si aggiunge un dolore lancinante al ginocchio destro, zoppico e ogni passo è una sofferenza.
I primi demoni di un ritiro si fanno strada nella mia testa: sento troppo male, che senso ha forzare oltre?

Però sono da solo e c’è poco da fare, se non procedere un passo dopo l’altro, su questa discesa. Al 65° attacca una salita, il passo rimane lento, ma il cambio di pendenza giova al mio ginocchio che miracolosamente smette di far male e nel giro di un’altra ora, sotto un sole cocente, raggiungo il ristoro dei 70 da cui Silvia sta ripartendo: “voi andate pure, non mi aspettate, ho male al ginocchio!” le grido prima sparisca dietro una curva. Mi prendo 10 minuti di tempo per bere, mangiare qualcosa e riposare le gambe, prima di ripartire, come in un quadro di un videogioco che non avevo mai raggiunto prima, visto che la massima distanza percorsa in una gara era stata di 70 chilometri.

Da qui in poi si affrontano territori fisici e mentali inesplorati.

Foto di Silvia Colombo

Nel giro di un’altra lunga e calda ora riprendo Silvia e continuiamo insieme per un po’, Andrea ha preso il largo e chissà ora dove sarà; Simone invece è indietro, speriamo abbia superato i cancelli.

In una delle tante discese Silvia sfila via, io non riesco a tenere il suo ritmo: il ginocchio ricomincia a far male e mi costringe a camminare zoppicando. Sono di nuovo solo con il mio dolore e i miei demoni che aleggiano tra i miei pensieri, al punto che sbaglio anche strada e mi trovo senza più indicazioni sul percorso. Torno indietro di qualche centinaio di metri: come ho fatto a non vedere la deviazione?

Mentre mi pongo l’obiettivo di arrivare al ristoro successivo un concorrente che mi aveva superato qualche ora prima sta camminando in senso opposto al mio:
“Tutto bene? Che succede?”
“Mi è saltato il ginocchio, mi sto ritirando”.
Ma chi dei due lo ha chiesto e chi ha risposto?

Continuo, quasi trascinandomi, trotterellando dove posso nei sentieri corribili e sui pochi tratti d’asfalto mentre penso che

essere arrivato fin qui non è un successo, è un miracolo

Sono davvero a pezzi: le gambe non rispondono più, ho freddo, ho male a tutte le dita dei piedi e ad entrambe ginocchia. Ma sono felice quando raggiungo il ristoro dell’83° km un’ora prima della chiusura del cancello, con la consapevolezza che forse la mia gara è meglio finisca qui, dopo quasi 18 ore sulle gambe.

Mancano ancora 19 km e 1500 metri di dislivello, di cui mille in 3 chilometri: praticamente un vertical. Il chè, tradotto in ore, nelle mie condizioni, corrisponde ad almeno altre 4 ore e del probabile arrivo con il buio.
Mentre faccio questi conti mi siedo a terra e mangio un piatto di risotto. Prima di spegnere il Garmin e dichiarare il mio ritiro cerco conforto e supporto dai miei amici: chiamo Mao, che mi stava incitando fin dalla mattina con messaggi e vocali. Appena sente la mia flebile voce capisce che continuare non sarebbe la cosa migliore e appoggia il mio ritiro.

Penso al concetto di fallimento e a quel che ha detto Giannis Antetokounmpo, star dell’NBA, qualche giorno fa in un’intervista diventata virale:

“Non è un fallimento, sono passi verso il successo”.

 

Tolgo scarpe e calze e mi sdraio sull’asfalto caldo con la testa appoggiata a terra: guardo verso il cielo dove nuvole lente si muovono lente sopra le montagne.
E
sorrido.