02-10-2019Triathlon
Il mio secondo Ironman
Ironman Cervia 2019. Resoconto di un'impresa. Di Marco Mago Maghini
Terza volta sulla linea di partenza. Eppure la tensione è sempre la stessa: ti prende allo stomaco, ti accende le paure, ti ricorda che questa gara — anche se la conosci — non ti lascia mai indifferente. Ti colpisce in pieno, ogni volta.
Sono con Andrea, Alessandro e Riccardo. Non siamo novellini, ma negli occhi di tutti vedo quel mix di tensione e concentrazione che ti fa capire che sì, stiamo per fare sul serio. Ci facciamo forza, scherziamo, mentre Paul Kaye — lo speaker — parte con il suo solito discorso emozionale. E come sempre, piangono tutti.
Poi arriva il momento. Lo sparo. La musica degli AC/DC che ti entra nelle ossa. Ci battiamo il cinque. Tocca a noi.
Io e Andrea abbiamo pure una sfida nella sfida: io devo scappare a nuoto e in bici, lui deve prendermi nella corsa. Perché… quanto cazzo corre quel maledetto.
Il mare è caldo, non piatto ma gestibile. Mi sento bene, supero gente, mi carico. L’acqua è così limpida che sembra un altro Adriatico, surreale.
Primo 1000: 16’40”. Perfetto. È il ritmo che volevo.
Poi arrivano le meduse.
Una enorme.
Poi un’altra.
E in un attimo la testa passa da “vai che oggi spacchi” a “ricordati la volta scorsa che l’hai presa in faccia”.
Mi irrigidisco, perché ok che sono sparse… ma passare accanto a quei palloni non è proprio rilassante.
Esco dall’acqua: 1h12’.
Penso: “tempo del cazzo”.
Poi mi dico: “oh, tanti firmerebbero. Sono qui per divertirmi, non per lamentarmi. Meglio uscire piano e intero che forte e segnato dalle meduse“.
Via la muta in due secondi come Arturo Bracchetti, casco da Star Wars, gel in tasca , Garmin, si parte.
Laura mi urla dalle transenne: “È QUAAA!” (per indicarmi la bici).
Poi, vedendo il casco da crono: “CHE LA FORZA SIA CON TE!”
Eh niente. Rido. L’ho sposata. Colpa mia.
300 metri e uno davanti a me si sdraia, scivolando contro le transenne.
Asfalto viscido, cominciamo bene.
Fuori da Cervia è asciutto. Allora via, scateniamo i cavalli.
Non capisco bene da che parte soffi il vento, i primi chilometri sono un balletto di sorpassi. Giornata fresca, gambe buone, in superstrada decollo. Al ritorno penso che il vento mi punirà… Invece no. A manetta anche lì.
Prima salita a Bertinoro: non sono Pantani, la prendo con calma. Poi giù a tutta, ritmo alto, media intorno ai 36. Sto esagerando?
IGNORANZA E MENARE.
Andrea mi deve inseguire, mica voglio regalargli minuti!
Poi il cambio fa un rumore strano. Penso: “Ho rotto tutto”.
Cambio marcia, provo… magia. Rumore quasi sparito. Si va.
Seconda salita, passo da lumaca. E poi… il diluvio universale.
Pioggia. Pioggia forte. Pioggia fortissima e qualche chicco di grandine.
Gente che cade. Strada allagata. Sbandieratori che ci salvano la pelle nei punti critici.
Penso: “Forse è troppo fra un po’ ci fermano… manca solo Noè sull’Arca”.
La cosa assurda? Vento a favore. A manetta sotto l’acqua, con rischio altissimo di scivolare e ammazzarsi. Sport sano il nostro…
Ultimi 5 km: vento contro, ma niente pioggia. Mollo un po’. Mi preparo alla resa dei conti: la maratona.
Nico mi urla: “Hai 20 minuti di vantaggio!”
SOLO 20?! Ho menato a 34 di media! Quanto forte è andato Andrea?!
Mia madre e Tiziana si sgolano. Sacca, casco via, scarpe su, berretto da Sampei. Sto già correndo.
Questa maledetta.
Nel 2024 mi sono devastato un ginocchio preparando Barcellona. Due ortopedici e un fisioterapista: “Meglio che smetti di correre”. MALEDETTI. NON VE LA DARO’ VINTA.
Due anni per tornare a correre decentemente. Dolori, stop, ripartenze, una guerra mentale.
Dopo 1 km vedo Laura. Lei ha visto tutto, ogni giorno. Il suo sorriso mi illumina. Quasi piango.
Quattro giri. Primo: 5’30/km. Un po’ di mal di stomaco, ma niente di grave. Saranno i gel e le schifezze che sto mangiando da tutto il giorno.
Secondo: incrocio Andrea. È già lì. Mi prende sicuro. Ma mi sprona.
Ritmo 5’20/km. Le gambe vanno.
Ogni giro passo dalla “curva sud”: Laura, Nico, Cinzia, Tiziana, mia madre.
Un muro di tifo!
Terzo giro: soffro. Forse ho accelerato troppo. Ai ristori cammino, bevo, riparto. Mi fa male tutto.
Ma l’Ironman è così: soffrono tutti.
Alessandro lo incrocio ogni tanto: sciallato, body aperto, tamarro totale. Un idolo.
Al 27° km Andrea mi prende. Onore a lui: gara mostruosa. Il suo ritmo per me è impossibile. Ma grazie: la sfida ci ha spinti entrambi. Non mi sento per niente sconfitto.
Non mollo un cazzo. Tiro dritto. Si sa mai che salta lui. Spoiler: non è successo.
Il passo rallenta a 6’20/km. Ma corro. Passo gente messa peggio.
Al 39° km incrocio Riccardo: “Ué cumpà! Che minchia di fine hai fatto?” Sparisce subito. Poi scoprirò del suo chip difettoso. Anche lui gara strepitosa.
40 km. 41 km. La magia dell’arrivo: sparisce tutta la fatica e rimane la gloria.
Passo sotto l’hotel: Laura in lacrime. “Sotto le 10 e 50!” Capisco. Me lo sentivo.
Corridoio finale. Musica a palla. Mille mani che battono il cinque. E poi…
MARCO MAGHINI YOU ARE AN IRONMAAAAN!
10h 41m.
Stavolta è una rivincita. Stavolta niente lacrime. Solo fierezza.
NON POTEVO PIÙ CORRERE? COL CAZZO!!
Avevo giurato che sarei tornato più forte.
Eccomi qui: 9 minuti più forte.