Il muro del maratoneta
Eccolo qui, maledetto, mi stava aspettando, al 30esimo chilometro: il muro del maratoneta. “Del maratoneta che non si è allenato a dovere”, mi tocca ammetterlo.
Sto correndo da due ore e mezzo al ritmo che mi ero prefissato, appena sotto i 5 minuti al chilometro, ed ecco che le gambe cominciano ad irrigidirsi e a non rispondere più agli stimoli che cercano di imporre loro di girare alla stessa velocità a cui hanno girato fino ad ora.
Una lieve pendenza della strada diventa una salita da gara di trail, ogni ponte mi porta quasi a camminare. Che disdetta. Per non parlare dei dolori che sono spuntati tutti insieme: i polpacci si stanno irrigidendo, le articolazioni delle anche stridono e quella vescica maledetta sul mignolino del piede destro che comincia a farmi zoppicare; sembra assurdo come anche il più piccolo fastidio venga ingigantito dalla fatica e dal tempo che passa, lento, come l’asfalto sotto i piedi.
E finché è asfalto va anche bene, perché molti punti del tracciato hanno un fondo di sampietrini: irregolare, dissestato, con buchi e gradini che minano il mio equilibrio ad ogni passo.
Mancano “solo” 12 chilometri. 12 chilometri in un qualunque allenamento posso farli anche in meno di un’ora, ma qui ne ho già corsi 30 e sto entrando in crisi, so che mi ci vorrà più tempo e questa consapevolezza non mi aiuta.
Il pensiero di fermarmi e abbandonare la gara si insinua, senza che io lo voglia, nella mia testa e si fa strada, micidiale come un veleno.
Devo trovare la forza per continuare e il modo di far passare i chilometri sotto i piedi: l’unica soluzione è distrarmi, pensando ad altro. Anche perchè io questa maratona l’ho voluta, l’ho cercata e l’ho preparata.. beh sì fino ad un mese fa.
La mia preparazione per la maratona di Verona era partita bene, ad inizio settembre, con una bella tabella composta da quattro uscite a settimana.
Non l’ho sempre rispettata per problemi di tempo o di lavoro, ma sono arrivato a fare anche 75 chilometri a settimana. E sarei stato costante per tutto il tempo se non avessi dovuto penare per ottenere l’idoneità agonistica.
A metà settembre, un mese prima della scadenza del certificato agonistico per l’atletica, ho effettuato la visita e il medico sportivo, dopo un consulto con il suo cardiologo, ha voluto farmi fare dei controlli e degli approfondimenti per un presunto BAV di I° livello: in pratica il cuore che ogni tanto perde un battito.
E così ecocolordoppler, per vedere il cuore da vicino, e monitoraggio cardiaco di 24 ore tramite holter. Risultato: i BAV ci sono e durante la notte sono di II° livello, ovvero tra un battito e l’altro passano più di 3 secondi e la frequenza cardiaca arriva a 24 battiti per minuto.
Che fossi bradicardico lo sapevo, a riposo giro intorno ai 42 bpm, ma non immaginavo che nel sonno potessi scendere sotto i 30!
Ho cercato di documentarmi per capire la gravità del mio caso in attesa del responso del medico sportivo: per gli sportivi la bradicardia in linea di massima è un vantaggio, ma gli sport di endurance la enfatizzano, riducendo ulteriormente la frequenza cardiaca media. Andrebbe fatto de-training e andrebbe cambiata la modalità di allenamento, inserendo sessioni in palestra con i pesi e riducendo le attività aerobiche, così da invertire la tendenza all’abbassamento del battito, finché si è in tempo. Sì, perché sotto una certa soglia non c’è più modo di farlo risalire.