Bevanda energetica con semi di Chia per correre come i Tarahumara

L’iskiate è una bevanda energetica naturale che ho conosciuto grazie al libro Born To Run, che racconta dei Tarahumara, il popolo messicano di ultra corridori, e delle loro usanze. Tra queste c’è una semplice bevanda, fresca, dissetante ed energetica, fatta di acqua, di semi di chia e spremuta di limone.
Io solitamente metto la chia a bagno la sera e la mattina, appena sveglio, aggiungo il limone e bevo.

Ingredienti base dell’iskiate:

  • semi di chia
  • acqua
  • limone

Ingredienti opzionali

  • menta
  • ghiaccio

Preparazione dell’iskiate

Riempire a metà un bicchiere d’acqua e versare un cucchiaino colmo di semi di chia. Mescolare e lasciar riposare per alcune ore: con il passare del tempo la chia gelifica. Se possibile ogni tanto mescolare di nuovo.
Spremere un limone e aggiungere il succo nel bicchiere, quindi bere nell’arco di pochi minuti.
Se si vuole realizzare una versione più scenografica e dissetante, aggiungere un paio di cubetti di ghiaccio, alcune foglie di menta e una fetta di limone.


Tri like a DeeJay, tri with Aldo Rock

Premessa

Dopo aver creato un evento nazionale con la DeeJay Ten, Linus & Co. hanno deciso di provarci col triathlon, forse invogliati dai tanti racconti epici del mitico Aldo Rock che da anni accompagnano la trasmissione DeeJay Chiama Italia (qui la registrazione dell’intervento di Aldo in trasmissione il giorno prima della gara).
E così, al grido di “Tri like a DeeJay”, ecco che comincia la promozione del primo DeeJay Tri previsto su distanza Sprint e Olimpica, organizzato nella comoda cornice dell’Idroscalo, a 10 chilometri da casa mia.
I responsabili della mia società, la SGM Triathlon, decidono che questa gara, nella versione sprint, sarà assunta a “gara sociale” e invitano tutti gli atleti soci ad iscriversi. E così ad inizio anno segno sul calendario questa gara: dopo gare “lunghe” e l’ultimo mezzo Ironman a Rimini, ho voglia di tornare a sfidarmi su gare brevi e veloci. Il mio ultimo sprint risale a maggio 2016, quando ho aperto la stagione con il mitico Sprint di Andora, un classico.
E poi lo sprint dell’Idroscalo è la gara con cui ho debuttato nel mondo del triathlon, nel “lontano” 2014: se è vero che il primo triathlon non si scorda mai, è altrettanto vero che si vuole sempre migliorare, ripetendo a distanza di tempo la stessa gara.
E con tutte queste premesse mi iscrivo, nonostante un costo di iscrizione piuttosto esoso per uno sprint (45 euro), “ma tanto risparmio in costi di trasferta” penso.

Anche se la DeeJay Ten non me la cago perchè è troppo pop, il DeeJay Tri non me lo voglio perdere… quando si dice “coerenza”.

Gli 850 pettorali vengono venduti velocemente e molti miei compagni di squadra ritardatari non fanno in tempo ad iscriversi, peccato. Alla fine però della SGM Triathlon siamo iscritti in 20.

La settimana della gara

La gara è sabato. Giovedì approfitto della giornata di sole per andare a lavorare in bici: la strada che devo fare, nella parte che costeggia l’Idroscalo, ripercorre il tracciato della gara, così la provo, memorizzo la posizione delle buche e dei punti sconnessi, provo alcune curve e cerco di immaginare la sensazione adrenalinica che mi aspetta.
Sul gruppo whatsapp della squadra vengono postati i nomi, i pettorali e le batterie assegnate a ciascuno di noi. Io ho il pettorale 488 e sono in quinta e penultima batteria: ma come? Io ho il rank, dovrei essere nelle prime batterie, come è possibile? Ok, l’anno scorso ho fatto solo uno sprint, ma due anni fa ne ho fatte due: il rank l’ho ottenuto e dovrei averlo mantenuto.
Provo ad indagare e scopro che lo sprint di Portoferraio del 2015 non era “di rank”, quindi, non avendo fatto due sprint nel 2016, ho perso la mia posizione in classifica per il 2017.
Mi metto il cuore in pace, pensando che partendo dalla quinta batteria avrò più stimoli nel recuperare quelli che sono partiti prima di me.
Venerdì, sul ritorno dall’ufficio, mi fermo a ritirare il pacco gara che merita solo per la maglietta in cotone rosso con lo slogan bianco “Tri like a DeeJay”: la sfoggerò nelle prossime occasioni: faccio triathlon io, mica una corsetta di 10 chilometri!

Prima di andare a letto metto nel pentolino 5 cucchiai di avena con un cucchiaino di semi di chia per la colazione dell’indomani; prima di addormentarmi ripasso mentalmente le procedure da svolgere in sequenza nelle due transizioni di gara.

 


Da tapascione ad atleta. Per un’ora.

Premessa

A turno i gruppi podistici, che di solito organizzano tapasciate per i campi su varie distanze, prendono possesso delle piste di atletica per 24 ore e sfidano gli altri gruppi podistici, invitandoli a creare delle squadre di 24 persone con l’obiettivo di stabilire chi riesce a percorrere più metri in 24 ore, correndo su pista di 400 metri.
Avevo partecipato un paio d’anni fa ad una 24x1ora organizzata dal Gruppo Amatori Podismo Saronno  e la formula mi era piaciuta, nonostante la pioggia, perchè era la mia prima volta in pista.
Sapevo che il Gruppo Podistico Zeloforamagno, con cui sono tesserato tramite la convenzione con la SGM Triathlon, organizza ogni anno una 24x1ora, ma la novità di quest’anno è che la SGM Triathlon ha deciso di fare una squadra di soli triatleti e così mi sono trovato iscritto per il turno della domenica, dalle 9 alle 10.

Franco, promotore dell’iniziativa e si occupa dell’organizzazione, crea il classico gruppo whatsapp per definire dettagli e orari di ciascun partecipante, la gara avrà inizio alle 11 di sabato 13 maggio.
Io ne approfitto del pomeriggio libero per uscire in bici dopo pranzo con Zuff e Walterino, muniti entrambi di bici da crono e con la voglia di far sgaloppare le due Canyon.
Io invece non ho ancora smaltito la fatica del mio mezzo ironman al Challenge Rimini e fatico a tenere il loro passo, soprattutto dopo 70 chilometri: alla fine vengono fuori quasi 100 km con una media di 31 km/h. Soddisfatto, ma stremato, scendo dalla bici e controllo il telefono: 75 messaggi! Il gruppo whatsapp ha preso la sua deriva ed è diventato la telecronaca della gara, con decine di foto più o meno tutte uguali dei compagni che si alternano in pista.

24x1ora, la gara

La sveglia è comodamente puntata per le 7:00, ma mi sveglio prima come spesso succede quando ho un impegno. Controllo il telefono, non mi stupisce l’orario (6:55), ma il numero di notifiche Whatsapp. “Ah già sarà il resoconto della gara delle ore notturne”
Ora però le foto sono diverse dalle precedenti: tutte sotto-esposte, mosse o sfocate.
Faccio colazione con il mio porridge alla banana, indosso il mio body sociale da triathlon (che si sappia che siamo triatleti!) e raggiungo in macchina il centro sportivo di Zelo. Come apro la portiera una musica incalzante mi investe e mi indica la strada verso la pista di atletica dove sta correndo Mino, che ha il turno dalle 8 alle 9. Allo stand dello Zelo mi forniscono la cavigliera con il chip, il pettorale della squadra n°40 e le spille da balia per attaccarlo alla maglietta. Ma io sono un triatleta, non uso le spillette, non buco il mio body: nel mio zaino ho ancora la fascia porta-pettorale che c’era nel pacco gara del Challenge Rimini.
A bordo pista mi accolgono Franco, il Morsi, Otto, Ernesto e Gabriella; tra una pacca sulle spalle e qualche consiglio è bene che mi riscaldi un po’: un giro di pista dovrebbe bastare, con tutti quelli che mi toccherà fare tra poco!
Allo scoccare dell’ora Mino è ad ¼ di pista, quindi deve terminare il giro prima di darmi il cambio alla postazione 40 dopo la linea di partenza e passa un altro minuto. Ci battiamo la mano, come nel wrestling, e parto per il primo giro. Ho tolto l’autolap sul mio Garmin Forerunner 910 XT con l’idea di premere il tasto “lap” ad ogni passaggio sotto il gonfiabile della partenza in corrispondenza dei sensori di passaggio collegati ai chip dei partecipanti: primo giro 1’36”. Forse sono partito un po’ troppo forte, non posso tenere la media dei 4 minuti al chilometro, rallento un filo. Le gambe girano bene, ad ogni pressione del tasto lap l’orologio mi dice 1’45” e la frequenza cardiaca è stabile intorno a 150 bpm. In pista ci sono una cinquantina di persone, ne sorpasso tante, meno di quante sorpassino me e questo continuo rincorrersi non fa pensare alla monotonia del percorso.
Dopo 5 chilometri, fatti in poco più di 21 minuti, comincio a sentire il caldo e la fatica di un ritmo che non è il mio, devo tener duro, ma la velocità cala un filo: ogni lap ora dura circa 1’48”. Su un paio di punti della pista ci sono dei volontari con dei secchi d’acqua che offrono spugne bagnate, così li uso come aggancio mentale per non pensare alla fatica: prendo al volo una spugna, mi bagno testa, spalle, schiena e cosce mentre percorro mezzo giro di pista dove butto la spugna ai piedi di un altro volontario e me ne faccio dare un’altra. E così via per altro mezzo giro.
Dopo mezz’ora mi concedo un gel energetico con la speranza che mi consenta di mantenere questa velocità per il resto della prova. Considerando che la frequenza cardiaca ora è salita intorno ai 155 bmp e rischio di entrare in disidratazione, mi faccio passare una bottiglietta d’acqua dai miei compagni a bordo pista, che mi incitano costantemente, ad ogni giro: devo ammettere che è un bello stimolo.
E intanto sono passati 45 minuti e poco più di 10 chilometri.. “dai che tra 15 minuti è finita!”.
Il mio ritmo cala ancora di qualche secondo: ora giro a 1’50”.
Nel frattempo è arrivato anche Zuff che ha il turno dopo il mio: gli darei il cambio subito, se potessi. Sono in quella fase dove tutto il corpo ti dice di mollare e la testa è combattuta sul da farsi: rallentare e tornare nella comfort zone o stringere i denti e continuare imperterrito?
“Ok, non si molla un cazzo!”
Dai, 10 minuti.
Dai, 5 minuti.
Dai, ultimo giro.
Provo ad accelerare sugli ultimi 150 metri di pista, come se fosse l’arrivo di una staffetta olimpica. Taglio il traguardo e raggiungo la postazione 40 dove mi aspetta Zuff per darci il cinque e sancire il cambio. Stoppo il 910 XT: 59 minuti, 13,8 km, ritmo medio 4’17”.

Prologo

Prendo fiato, mentre i miei compagni di squadra presenti mi circondano per i complimenti di rito e i commenti a caldo: “dai che siamo al decimo posto!”. Vorrei abbracciarli, ma mi rendo conto di essere completamente bagnato, non tanto per il sudore ma per i mille spugnaggi che mi sono fatto; mi accorgo solo ora che persino le scarpe e le calze sono zuppe.. ecco il problema di esagerare con l’acqua, me l’avevano detto.

Ho fatto 33 giri di pista. Facendo due conti corrispondono a 13,2 Km: il gps non è stato tanto preciso, quindi non sono stato tanto veloce come credevo mentre stavo correndo. Tradotto: si può migliorare.
L’anno prossimo ci riproviamo e non ci accontenteremo del decimo posto, vero ragazzi?

 

Foto dell’organizzazione su Facebook


Mezzo Ironman tra i colli romagnoli

Premessa

Questo è stato il primo resoconto di una gara che ho scritto e che, dopo averlo condiviso su Facebook, mi ha fatto scattare la voglia di aprire un mio blog… e così grazie al Rimini Challenge 70.3 è nato VunDuTri.com
E’ stata la prima volta in cui ho provato a mettere per iscritto un racconto di come ho vissuto la fantastica esperienza del mio quarto triathlon sulla media distanza. Per poterlo rileggere e rivivere in futuro, per poter trasmettere qualche emozione a chi vorrà leggerlo, a chi riga dopo riga sentirà aumentare il desiderio di cimentarsi con un mezzo ironman e, perchè no, consentire di trarre qualche consiglio a chi pratica triathlon.

L’iscrizione al Rimini Challenge 70.3

Mi sono iscritto al Rimini Challenge 70.3 a luglio 2016, 10 mesi prima della gara, così da darmi un obiettivo importante per l’inizio della stagione 2017 ed essere motivato ad allenarmi durante i rigidi mesi invernali. Pensavo di fare la gara senza la presenza dei compagni della SGM triathlon; tradotto senza lo “stress della competizione”. E invece durante la cena di fine anno, tra le varie gare sulla media distanza, si è deciso che il Rimini Challenge 70.3 sarebbe stata la gara per chi volesse cimentarsi con un mezzo ironman: 1,9 km di nuoto, 90 km di bici e 21 km di corsa. E così, da solo che dovevo essere, ci siamo trovati iscritti in 14!
Per la cronaca: ho suggerito io durante la cena questa gara come la più adatta. Quando si dice “coerenza” 🙂

Gli allenamenti

Ho iniziato a fare triathlon nel 2014 e da allora mi sono sempre allenato “a sensazione”, che è un modo figo per dire “a cazzo” 😀

A volte facevo uscite con la squadra, altre reinterpretavo a modo mio le tabelle viste sui libri e sui siti di triathlon. A gennaio però, quando si definiscono i buoni propositi per l’anno appena iniziato, ho deciso di affidarmi ad un coach. Grazie a suggerimenti del Pado e Corti  mi sono affidato a Paolo Lazzarin. Così ho avuto modo di costruire, poco alla volta, il percorso verso questa gara, costretto a rivedere completamente il modo di allenarmi. Del tipo che tra una ripetuta e l’altra dovevo camminare. “Cosa?!? Ma camminare è un disonore! Vabbè, se però lo dice il coach lo faccio“.
Ho cominciato a conoscere le mie zone cardio, a capire quando si entra in disidratazione o in crisi di fame, cercando di ripensare e interpretare tutte le sensazioni delle gare passate. Insomma un bel percorso di crescita, che è solo all’inizio.

L’alimentazione

Dal giovedì ho iniziato a seguire le indicazioni alimentari del coach per il cosiddetto “carbo-load”, anche se non per filo e per segno, soprattutto da venerdì sera visto che stando in trasferta a Rimini, tra albergo e ristoranti, non c’è sempre quello che prevede il piano e mi sono dovuto buttare anche su piadine e cassoni 🙂
Non ho mai mangiato tanta pasta e tanta marmellata come in questi 4 giorni. Accompagnate da spinaci e integratori di vitamine, potassio e magnesio.
Psicologicamente mi sento pronto e carico. Temo solo per il meteo che continua a cambiare e c’è rischio pioggia sul tracciato in bici: io non vado mai in bici quando piove e per di più ho appena montato i nuovi pneumatici slick.
Ho alcuni dubbi sulla strategia di alimentazione in gara: mi è sempre stato detto che i prodotti che si assumono in gara andrebbero prima testati in allenamento; quando ho detto ai miei compagni che nelle borracce avrei messo maltodestrine e fruttosio mi hanno fatto terrorismo psicologico in quanto a qualcuno aveva procurato la dissenteria in gara. Nonostante questo ho deciso di fidarmi delle indicazioni del coach: 2 borracce in bici e 4 enervitene per la frazione di corsa. Nessun alimento solido.

Rimini Challenge 70.3: la gara

Circa 1300 partecipanti; io che speravo di essere nelle prime batterie (visto che ho il rank sul 70.3) scopro di essere nell’ottava e ultima batteria. Dei miei compagni solo Fede è in ottava con me, tutti gli altri partono prima: perchè questa ingiustizia?!
Mi spiegano che le batterie sono state formate in base alla categoria/età e gli M1 come me e Fede sono in ultima batteria. In poche parole: partenza dopo 30 minuti rispetto ai primi.

Frazione Nuoto

Il mare è piuttosto freddo, circa 16°, con un’onda di 50 cm, il cielo coperto. Tutti sfoggiano sgargianti mute nuove da triathlon a spessore variabile, molti mettono cuffie di neoprene sotto la cuffia della gara. Io indosso la cuffia bianca della mia batteria e analizzo la mia vecchia Aqua Sphere aqua skin, muta da nuoto, spessore costante di solo 1 mm, e che ormai è al suo quinto anno di attività: nonostante i buchi e gli strappi sotto le ascelle io ci sono affezionato. “Mi farà andar forte lo stesso” mi dico per convincermi che non è ancora arrivato il momento di cambiarla.

Mandrie di triatleti vengono indirizzati dentro i recinti e le batterie si susseguono con partenze ogni 5 minuti. Vedo tutti i miei compagni di squadra prendere il via, mentre sale l’adrenalina e la tipica ansia pregara. Vabbè, ne approfitto: studio il tracciato, guardo la posizione delle boe e le traiettorie che seguono i 1100 triatleti già in acqua: ognuno va dove vuole in balia di onde e corrente. E dopo il primo giro di boa sono troppo lontani per capire che cosa succede. Conto le boe e cerco di memorizzarle: rossa, rossa, nera, nera. Quelle nere faccio fatica a vederle da riva.

Suona la tromba del nostro turno, avvio il Garmin Forerunner 910 XT e 200 quarantenni agguerriti corrono verso un mare scuro che ci schiuma addosso, impedendo di nuotare per numerosi metri perchè l’acqua è bassa. E allora io vado di delfinetto, tuffandomi nella cresta delle onde e sbucando fuori prima dell’onda successiva per spiccare un altro balzo. Con questo sistema guadagno metri e posizioni pur essendo entrato in acqua tra gli ultimi.
Mi metto a nuotare e cerco il mio ritmo regolare, il freddo non lo sento già più; anche se ad ogni gara mi riprometto di respirare ogni tre bracciate, parto subito ogni due, respirando sempre a destra per non esporre la bocca all’onda che frange di traverso.
Tirando fuori la testa sulla cresta delle onde riesco a vedere e puntare direttamente la prima boa nera, a 650 metri da riva. Comincio a superare concorrenti con la cuffia di un colore diverso dalla mia: sto raggiungendo i più lenti delle batterie partite prima… una bella sensazione.
Il giro di boa è sempre un po’ trafficato e chi si trova lì contemporaneamente è costretto a farsi largo tra manate e pedate: vedo qualche sguardo preoccupato di atleti che in acqua non sono a loro agio e vorrebbero attaccarsi alla boa e invece vengono travolti da chi vuol passare in fretta.
Inizio il secondo tratto, da 850 metri, ma per quanto mi sforzi non vedo boe direzionali. E nemmeno quella nera che è lontana, là in fondo, da qualche parte. In un mare nero una boa nera, anche se c’è scritto sopra Jaked, è praticamente invisibile. Forse era meglio un altro sponsor.
Procedo completamente a caso, seguendo i triatleti davanti, che spero seguano quelli ancora più avanti, facendo cordata fino alla tanto agognata boa.
850 metri sono tanti. Ma non così tanti e attorno a me vedo ormai poche cuffie bianche: ho paura di aver nuotato troppo, mi fermo in mezzo al mare, la riva sembra lontanissima e della boa nessuna traccia. Poiché sono convinto di averla superata decido di virare di 90° e puntare direttamente la spiaggia dove è ben visibile il gonfiabile giallo fosforescente dell’uscita. “Ecco, il giallo fosforescente è un bel colore per le boe, mica il nero”.
Poco dopo si avvicina il gommone dell’organizzazione, fischiando all’impazzata per attirare la mia attenzione e quella di altri sventurati dispersi al largo: in tre stanno puntando il dito verso la fantomatica boa nera che si trovava ad un centinaio di metri poco dietro sulla sinistra. Guardo il Garmin: sono in acqua da 20 minuti e ho fatto 9 metri. “Come 9 metri?! Ne avrò fatti almeno 1500! Vabbè ci pensiamo dopo, ora dietro front”, giro la boa e poi a manetta. (Si è scoperto solo dopo che si erano dimenticati di posizionare una boa direzionale rossa a metà del lungo tratto).
Con le onde finalmente a favore e la destinazione visibile canticchio “zitto e nuota, nuota e nuota” mentre le braccia continuano a mulinare.
Arrivo dove si tocca dopo circa mezz’ora in acqua.