Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare (ma anche la bici e la corsa)

L’originale di questo articolo è sulla pagina Facebook dell’autore, Thomas Del Duca, che lo ha gentilmente concesso a VunDuTri per consentirne la diffusione e la conservazione.

 

Che cos’è Borgo Egnazia?

Non l’ho capito di preciso, è una specie di nulla in mezzo al nulla. Non è il posto che dici “Uh che fico quest’estate ci torno”, ma ha il merito di aver organizzato, nell’anno Covid, un Ironman 70.3 a cui io e sei miei compari, affamati di gare come lupi, ci siamo subito iscritti.

Io in questi mesi difficili mi sono sempre allenato, ma con volumi e modalità adatti a gare corte, quindi il dubbio di aver fatto una cazzata questa volta, invece che al chilometro cinquanta della frazione bici, l’ho avuto un mese prima!
Partiti in tre, ci siamo trovati di buon mattino di venerdì per partire, freschi e riposati. Concluderemo questa avventura svenuti su un prato, ma ancora in vita. Il divertimento di questa trasferta, per merito dei miei compagni, è stato tanto (nello specifico ho speso praticamente un cazzo e non ho mai guidato), ma poi c’è la gara e lì siamo soli.

Campionato di Triathlon Medio Borgo Egnazia: la gara

Alla partenza sembra di stare al gioco aperitivo di un villaggio turistico:
“Mettetevi in fila per numero di cuffia!”
“I dispari a destra e i pari a sinistra!”
“Ora tutti con le mani alzate”

Alla fine siamo tutti in fila, senza aver fatto pipì, con la muta e la mascherina sotto al sole. La gara comincia, ci si tuffa a coppie, quindi mentre i primi già nuotano io devo aspettare che venga smaltito il lungo serpentone di persone davanti a me. Sono già sudato e sto in mezzo a un gruppo di romagnoli che fanno battute tristissime sulle donne triatlete (che come spesso succede devono aspettare e partire per ultime, per poi correre quando fa più caldo).

Accanto a me c’è un gigante, calcolo che con una sua bracciata può staccarmi la testa, quindi, quando finalmente arriva il mio turno di colpo lo supero e mi tuffo prima di lui. Piombo nell’acqua fresca e un istante dopo BOOOMMM, arriva lui. Non mi prende per miracolo, ma genera un’onda che mi spara avanti e così comincia la gara.
L’acqua è strana, è pulita e non puzza di nafta come quando fai le gare nel Lazio, però e scura e poco ospitale. Parto con il mio stile libero, annullando in poche bracciate i concetti faticosamente appresi nelle lezioni di nuoto, ma comunque procedo bene, non c’è ressa. Superate le prime due boe bisogna tornare verso la partenza. Io alzo la testa e vedo una cosa enorme rossa, che mi sembra troppo grande per essere una boa, e una boa normale gialla, che però sta in un punto che non c’entra un cazzo.

Il fatto di non pulire gli occhialini dal 2018 non aiuta nel chiarirmi le idee e decido di seguire una linea immaginaria tra le due boe. Prendo a riferimento un tizio con la muta con le maniche arancioni che si vedono bene e lo seguo. Dopo poco mi rendo conto di aver scelto il peggior nuotatore di tutti, ogni volta che alzo la testa lo vedo in un punto diverso, praticamente va a zig zag.
Decido di puntare la rossa che alla fine è quella giusta, la supero e parto con il secondo giro. Sfioro il piede di un tizio davanti a me e questo subito scalcia, e lo fa per colpire forte, mi vedo il piede a un centimetro dalla faccia. Perdo il lume della ragione, lo affianco e gli affondo il gomito sul fianco. Si ferma all’istante e sento che si incazza, però riparto e mi lascio lui alle spalle e la gomitata nell’archivio dei miei peccati.

Stavolta ho memorizzato il percorso e con il mio stile “in morte di un giovane istruttore di nuoto” finisco la frazione. L’atleta davanti a me avanza lento e zoppicante e il fatto di essere uscito dall’acqua dopo un tizio che a malapena deambula mi fa, in un primo momento, dubitare della qualità della mia prestazione.


Mezzo Ironman tra i colli romagnoli

Premessa

Questo è stato il primo resoconto di una gara che ho scritto e che, dopo averlo condiviso su Facebook, mi ha fatto scattare la voglia di aprire un mio blog… e così grazie al Rimini Challenge 70.3 è nato VunDuTri.com
E’ stata la prima volta in cui ho provato a mettere per iscritto un racconto di come ho vissuto la fantastica esperienza del mio quarto triathlon sulla media distanza. Per poterlo rileggere e rivivere in futuro, per poter trasmettere qualche emozione a chi vorrà leggerlo, a chi riga dopo riga sentirà aumentare il desiderio di cimentarsi con un mezzo ironman e, perchè no, consentire di trarre qualche consiglio a chi pratica triathlon.

L’iscrizione al Rimini Challenge 70.3

Mi sono iscritto al Rimini Challenge 70.3 a luglio 2016, 10 mesi prima della gara, così da darmi un obiettivo importante per l’inizio della stagione 2017 ed essere motivato ad allenarmi durante i rigidi mesi invernali. Pensavo di fare la gara senza la presenza dei compagni della SGM triathlon; tradotto senza lo “stress della competizione”. E invece durante la cena di fine anno, tra le varie gare sulla media distanza, si è deciso che il Rimini Challenge 70.3 sarebbe stata la gara per chi volesse cimentarsi con un mezzo ironman: 1,9 km di nuoto, 90 km di bici e 21 km di corsa. E così, da solo che dovevo essere, ci siamo trovati iscritti in 14!
Per la cronaca: ho suggerito io durante la cena questa gara come la più adatta. Quando si dice “coerenza” 🙂

Gli allenamenti

Ho iniziato a fare triathlon nel 2014 e da allora mi sono sempre allenato “a sensazione”, che è un modo figo per dire “a cazzo” 😀

A volte facevo uscite con la squadra, altre reinterpretavo a modo mio le tabelle viste sui libri e sui siti di triathlon. A gennaio però, quando si definiscono i buoni propositi per l’anno appena iniziato, ho deciso di affidarmi ad un coach. Grazie a suggerimenti del Pado e Corti  mi sono affidato a Paolo Lazzarin. Così ho avuto modo di costruire, poco alla volta, il percorso verso questa gara, costretto a rivedere completamente il modo di allenarmi. Del tipo che tra una ripetuta e l’altra dovevo camminare. “Cosa?!? Ma camminare è un disonore! Vabbè, se però lo dice il coach lo faccio“.
Ho cominciato a conoscere le mie zone cardio, a capire quando si entra in disidratazione o in crisi di fame, cercando di ripensare e interpretare tutte le sensazioni delle gare passate. Insomma un bel percorso di crescita, che è solo all’inizio.

L’alimentazione

Dal giovedì ho iniziato a seguire le indicazioni alimentari del coach per il cosiddetto “carbo-load”, anche se non per filo e per segno, soprattutto da venerdì sera visto che stando in trasferta a Rimini, tra albergo e ristoranti, non c’è sempre quello che prevede il piano e mi sono dovuto buttare anche su piadine e cassoni 🙂
Non ho mai mangiato tanta pasta e tanta marmellata come in questi 4 giorni. Accompagnate da spinaci e integratori di vitamine, potassio e magnesio.
Psicologicamente mi sento pronto e carico. Temo solo per il meteo che continua a cambiare e c’è rischio pioggia sul tracciato in bici: io non vado mai in bici quando piove e per di più ho appena montato i nuovi pneumatici slick.
Ho alcuni dubbi sulla strategia di alimentazione in gara: mi è sempre stato detto che i prodotti che si assumono in gara andrebbero prima testati in allenamento; quando ho detto ai miei compagni che nelle borracce avrei messo maltodestrine e fruttosio mi hanno fatto terrorismo psicologico in quanto a qualcuno aveva procurato la dissenteria in gara. Nonostante questo ho deciso di fidarmi delle indicazioni del coach: 2 borracce in bici e 4 enervitene per la frazione di corsa. Nessun alimento solido.

Rimini Challenge 70.3: la gara

Circa 1300 partecipanti; io che speravo di essere nelle prime batterie (visto che ho il rank sul 70.3) scopro di essere nell’ottava e ultima batteria. Dei miei compagni solo Fede è in ottava con me, tutti gli altri partono prima: perchè questa ingiustizia?!
Mi spiegano che le batterie sono state formate in base alla categoria/età e gli M1 come me e Fede sono in ultima batteria. In poche parole: partenza dopo 30 minuti rispetto ai primi.

Frazione Nuoto

Il mare è piuttosto freddo, circa 16°, con un’onda di 50 cm, il cielo coperto. Tutti sfoggiano sgargianti mute nuove da triathlon a spessore variabile, molti mettono cuffie di neoprene sotto la cuffia della gara. Io indosso la cuffia bianca della mia batteria e analizzo la mia vecchia Aqua Sphere aqua skin, muta da nuoto, spessore costante di solo 1 mm, e che ormai è al suo quinto anno di attività: nonostante i buchi e gli strappi sotto le ascelle io ci sono affezionato. “Mi farà andar forte lo stesso” mi dico per convincermi che non è ancora arrivato il momento di cambiarla.

Mandrie di triatleti vengono indirizzati dentro i recinti e le batterie si susseguono con partenze ogni 5 minuti. Vedo tutti i miei compagni di squadra prendere il via, mentre sale l’adrenalina e la tipica ansia pregara. Vabbè, ne approfitto: studio il tracciato, guardo la posizione delle boe e le traiettorie che seguono i 1100 triatleti già in acqua: ognuno va dove vuole in balia di onde e corrente. E dopo il primo giro di boa sono troppo lontani per capire che cosa succede. Conto le boe e cerco di memorizzarle: rossa, rossa, nera, nera. Quelle nere faccio fatica a vederle da riva.

Suona la tromba del nostro turno, avvio il Garmin Forerunner 910 XT e 200 quarantenni agguerriti corrono verso un mare scuro che ci schiuma addosso, impedendo di nuotare per numerosi metri perchè l’acqua è bassa. E allora io vado di delfinetto, tuffandomi nella cresta delle onde e sbucando fuori prima dell’onda successiva per spiccare un altro balzo. Con questo sistema guadagno metri e posizioni pur essendo entrato in acqua tra gli ultimi.
Mi metto a nuotare e cerco il mio ritmo regolare, il freddo non lo sento già più; anche se ad ogni gara mi riprometto di respirare ogni tre bracciate, parto subito ogni due, respirando sempre a destra per non esporre la bocca all’onda che frange di traverso.
Tirando fuori la testa sulla cresta delle onde riesco a vedere e puntare direttamente la prima boa nera, a 650 metri da riva. Comincio a superare concorrenti con la cuffia di un colore diverso dalla mia: sto raggiungendo i più lenti delle batterie partite prima… una bella sensazione.
Il giro di boa è sempre un po’ trafficato e chi si trova lì contemporaneamente è costretto a farsi largo tra manate e pedate: vedo qualche sguardo preoccupato di atleti che in acqua non sono a loro agio e vorrebbero attaccarsi alla boa e invece vengono travolti da chi vuol passare in fretta.
Inizio il secondo tratto, da 850 metri, ma per quanto mi sforzi non vedo boe direzionali. E nemmeno quella nera che è lontana, là in fondo, da qualche parte. In un mare nero una boa nera, anche se c’è scritto sopra Jaked, è praticamente invisibile. Forse era meglio un altro sponsor.
Procedo completamente a caso, seguendo i triatleti davanti, che spero seguano quelli ancora più avanti, facendo cordata fino alla tanto agognata boa.
850 metri sono tanti. Ma non così tanti e attorno a me vedo ormai poche cuffie bianche: ho paura di aver nuotato troppo, mi fermo in mezzo al mare, la riva sembra lontanissima e della boa nessuna traccia. Poiché sono convinto di averla superata decido di virare di 90° e puntare direttamente la spiaggia dove è ben visibile il gonfiabile giallo fosforescente dell’uscita. “Ecco, il giallo fosforescente è un bel colore per le boe, mica il nero”.
Poco dopo si avvicina il gommone dell’organizzazione, fischiando all’impazzata per attirare la mia attenzione e quella di altri sventurati dispersi al largo: in tre stanno puntando il dito verso la fantomatica boa nera che si trovava ad un centinaio di metri poco dietro sulla sinistra. Guardo il Garmin: sono in acqua da 20 minuti e ho fatto 9 metri. “Come 9 metri?! Ne avrò fatti almeno 1500! Vabbè ci pensiamo dopo, ora dietro front”, giro la boa e poi a manetta. (Si è scoperto solo dopo che si erano dimenticati di posizionare una boa direzionale rossa a metà del lungo tratto).
Con le onde finalmente a favore e la destinazione visibile canticchio “zitto e nuota, nuota e nuota” mentre le braccia continuano a mulinare.
Arrivo dove si tocca dopo circa mezz’ora in acqua.