Due giorni e la mia bici

Ho preso due giorni della mia vita, ho grattato via lavoro, impegni, responsabilità.

Ho preso due giorni, li ho tolti completamente dai binari della quotidianità, li ho messi sopra una bici e li ho portati in un viaggio solitario nel profondo sud.

Il profondo sud per me è il Po e proprio fino a lì sono arrivata.

Poi ho seguito l’Adda su su fino a Cassano (d’Adda) e infine mi sono fatta accompagnare dalla Muzza fino a casa.

Questi due giorni li ho agitati tantissimo, perché gran parte del percorso era su sterrati, prati, ghiaie, sabbie, fango.

Ho attraversato strade, ponti, campi, fiumi, canali, foreste.

Ho agitato i due giorni insieme a ogni centimetro del mio corpo, in particolare polsi, cervello e pavimento pelvico che non mi perdoneranno tanto facilmente.

Perché? Non lo so nemmeno io molto bene.

È successo che un gruppo di mattacchioni del gruppo Passione gravel – strade basse lodigiane ha creato questo percorso da 270 km e ha detto: “ecco qui, provateci, quando volete, tempo massimo 3 giorni”.

L’ing. l’ha fatto in un giorno, settimana scorsa. Poi mi ha detto: “Ma’, secondo me in 2 giorni è alla tua portata”.

Il consorte, invece di lamentarsi o di scoraggiarmi come ci si aspetterebbe da un consorte medio, ha detto: “Ok, io ti porto il cambio e l’occorrente per la sera a fine prima tappa”.
Insomma, sono circondata da folli seguaci del perchéno.


Un viaggio di 100 km. Di corsa.

Sto correndo ormai da oltre 9 ore e il buio mi avvolge completamente, rotto solo dalla mia lampada frontale che illumina una piccola porzione della lunga riga bianca che si snoda lungo la statale 302, calpestata ritmicamente dai miei piedi come fosse un binario che avanza verso l’infinito.

Sto correndo da 75 chilometri e i pensieri fluiscono liberi, quasi in una sorta di trance, perché la mente non pensa alla fatica né ai movimenti da compiere, ormai automatizzati in un ciclo costante: sono nel flow.


Scusa, ma tu sei un Ironman?

Scusa, ma tu sei un Ironman?

Me lo trovo davanti improvvisamente, sul percorso pedonale del lungomare di Riccione in cui sto facendo il mio allenamento quotidiano di corsa.

Un bambino sugli otto anni, minuto, un enorme cespuglio di capelli castani che sembra ribellarsi a ogni tentativo di controllo. Occhi così grandi da sembrare surreali.

Mi fermo improvvisamente, metto in pausa il Garmin.

“Sì, sono un Ironman.”

Per un attimo temo che lui si riferisca al personaggio degli Avengers, ma dal suo sguardo sembra che sappia il fatto suo.

“Quindi tu hai nuotato per 4 km, se andata in bicicletta 180 km e poi hai fatto una maratona vero?”

Ok, non stiamo parlando degli Avengers.

“Esatto. E l’ho fatto diverse volte sai?”

“Sì, lo so perché sei andata anche ai Mondiali di Kona, ce l’hai scritto nella maglia.”

Ok ragazzino, hai decisamente catturato la mia attenzione.

Sto per chiedergli come mai ne sappia così tanto di triathlon ma la sua domanda arriva prima.

“E come hai fatto?”

Se fosse stato un adulto avrei risposto un po’ sarcasticamente: ho nuotato, ho pedalato e ho corso. Ma essendo un ragazzino decido di essere meno letterale, casomai fare l’Ironman fosse il suo sogno.

Che poi, perché questo ragionamento? Perché ci sentiamo responsabili di difendere i sogni dei bambini, ma non facciamo lo stesso con gli adulti?

“Mi sono allenata molto. E facevo sempre un pochino di più di quello che il mio allenatore mi diceva di fare”.

“mh”. Guarda verso il basso. “Anche io l’altro giorno ho fatto un giro in più degli altri bambini in pista sai? Faccio atletica io! Anche io da grande faccio l’Ironman!”
Lo afferma con un orgoglio che mi commuove.

“Bravissimo, con questo atteggiamento anche tu andrai a Kona, ne sono sicura!“

Mi sorride con tutti i denti del mondo, sta per girarsi e andarsene poi fa una cosa completamente inaspettata. Si volta di scatto, mi abbraccia forte le gambe e se ne va salutando con la mano.

Di tutto il percorso del ritorno ricordo solo che tentavo di non inciampare.
Le lacrime che mi riempivano gli occhi erano così tante che non riuscivo a vedere la strada.

[ Roberta Liguori ]

(post originale su Facebook)


Pensieri di un Ironman fatto con il cuore, la testa e le lacrime

1. Pensieri tranquilli ad occhi chiusi

I piedi nudi affondano lentamente nella sabbia umida mentre le dolci onde mi accarezzano le caviglie.
Guardo l’orizzonte di un mare piatto su cui nuvole lontane nascondono il sole che sta albeggiando; chiudo gli occhi e lascio che il Mediterraneo mi infonda la sua enorme calma, mentre attorno a me brulicano nel buio centinaia di persone, chi sul bagnasciuga e chi in acqua.

Quasi un anno di “viaggio” per trovarmi finalmente sulla spiaggia di Calella, per il mio esordio nella gara regina del triathlon: l’Ironman full distance di Barcellona.

Con gli occhi chiusi penso a ciò che mi aspetta: quasi 4 km di nuoto, 180 km in bici e 42 km di corsa senza sosta.
Fino a qualche mese fa questi numeri mi spaventavano, ora mi attraggono e non vedo l’ora di affrontarli: ancora un’ora e potrò mettermi alla prova, ma adesso devo trovare la mia concentrazione, tengo gli occhi chiusi e ascolto i miei pensieri e il battito del cuore.


Tutti in sella, alla bersagliera!

Domenica 15 settembre le stradine e le ciclabili di Mediglia sono state attraversate da un serpentone di 70 biciclette con in sella personaggi provenienti da epoche passate a cui si sono uniti pedalatori seriali e ciclisti dell’ultim’ora: sono i partecipanti della prima edizione de La Bersagliera – Pedalata Goliardica Vintage per le Frazioni di Mediglia.


“Aho, ma n’do cori?” Perché correre?

Noi tutti, più o meno, appena alzati incominciamo a lottare.

Lottiamo contro il tempo.
Lottiamo sul posto di lavoro.
Lottiamo con mogli, mariti, amanti.
Lottiamo contro cani viziati, gatti arrabbiati, automobilisti incazzati…
Tutto ciò ci rende ansiosi e stressati. Ma ecco che in nostro aiuto (almeno nel mio caso, ma spero anche nel vostro) può venire la corsa.
Qualche volta, mentre corro, qualcuno mi grida usando un’espressione romanesca:

“Aho, ma n’do cori?”


Io sono Agnese Casu e ce l’ho fatta

Distanza: 135 miglia (217 km)
Posizione: 2° donna assoluta
Posizione generale: 17° assoluta
Tempo: 40h 51m
Qualifica valida per la Badwater Ultramarathon
La prima donna italiana a tagliare il traguardo nella storia di questa gara.


 


LUT 120k 2023: ricordi di un’impresa doloMitica

Nonno, a me mi piace correre… tu correvi, vero?

Non si dice “a me mi”… comunque sì, ho corso tanto

Quanto?

Ho corso per tanti anni, ho fatto tante gare, sempre più lunghe.

Mi racconti di quando hai fatto la tua corsa più lunga di tutte? 

Oh, guarda, è stato tanto tempo fa, nell’estate del 2023, tu non eri ancora nato!

Taaaanti anni fa: allora eri giovane.

Bhè, oddio, avevo già 48 anni, ed è stata una corsa in montagna.

Ma la mamma dice che in montagna non si corre!

E invece correre in montagna è bellissimo!

Davvero?

Sì, prova: corri in salita fino a lassù e poi torna di corsa fino a quaggiù

Che fatica, nonno!
In salita non riesco a correre, però in discesa sono andato velocissimo, anche se avevo un po’ di paura.

Eh, come ti capisco. Anche io in salita non riuscivo a correre, ma mi piaceva provare ad andare forte in discesa.

E la corsa più lunga di tutte quanto era lunga?

Non era una corsa, era LA corsa: si chiama LUT 120K, che sono le iniziali di Lavaredo Ultra Trail e vuol dire che è lunga 120 chilometri.

120 chilometri? Così tanti?

In realtà erano 122.

Ah. E quanti giorni ci vogliono per fare tutti quei chilometri?

Bhè dipende: in gara il primo ci ha messo 12 ore circa, l’ultimo 30.

Poco! E tu?

Io ci misi 22 ore 17 minuti e 30 secondi, me lo ricordo ancora perfettamente.

E ti ricordi altre cose?

Alcuni ricordi sono nitidi, altri un po’ sfocati, ma le sensazioni le ho tutte in mente.

Dai, raccontami… Dov’era? Quanti eravate? Come sapevi dove andare? Ti fermavi ogni tanto? Ma mangiavi di corsa? Hai dormito? E hai fatto la pipì?

Hei, piano, piano. Quante domande! Se sei così curioso, allora ti racconto.


Da ultimo a centomerdesimo

Siamo in circa 300 stipati tra le transenne e l’arco gonfiabile che delimita la partenza. Accanto a me i compagni di squadra 100%AnimaTrail e alcuni amici della chat Whatsapp Cinghiali del Lario che vedo dal vivo per la prima volta. Sono le 5:55 e mancano 5 minuti alla partenza del Gir Lung: 73 km e 4200 metri di dislivello positivo per la 13a edizione del Trail del Monte Soglio.


Fallimento o miracolo?

La testa è appoggiata a terra e guardo verso il cielo dove le nuvole si muovono lente sopra le montagne, spinte da un vento che si sta facendo via via più freddo. E sorrido.

Sono fermo, scalzo, sdraiato da mezz’ora sull’asfalto caldo accanto al gazebo del 5° ristoro, dopo aver corso e camminato per 83 chilometri con un dislivello totale di 4.600 metri. Mi fanno male i piedi, le caviglie, i polpacci, le ginocchia e i quadricipiti. Ho dolori ovunque. Ma sorrido.

Ho iniziato a correre insieme ad altri 80 trail runner alle 23.00 di ieri e sono in giro da circa 18 ore: non ho mai fatto così tanta strada in una gara, al massimo ero arrivato a 70 km l’anno scorso nell’UltraK Trail. Perciò sorrido.

Ripenso ai troppo pochi allenamenti fatti e alle due gare di avvicinamento, l’Andersen Trail da 45 km e il Trail del Marchesato da 60 km: sono consapevole di non avere nelle gambe la distanza e il dislivello necessari per affrontare un’ultratrail come questa, ma fino a questo punto ci sono arrivato, con un’ora di anticipo sul cancello orario previsto. Quindi sorrido.

E ho deciso di ritirarmi.