Porridge: avena e frutta

Da tempo cercavo una colazione alternativa al classico latte, biscotti e muesli con cui sono cresciuto. Una colazione che fosse sana, nutriente e gustosa. Il latte di mucca l’avevo già abbandonato da tempo a favore di latte di soia, riso, avena, mandorla.
Seguendo Runlovers.it da tempo, ho accolto con piacere la novità della rubrica di alimentazione curata da Iaia Guardo che su Instagram, nota come Maghetta, seguo da sempre.
Grazie a lei ho scoperto il porridge, una pappetta molle a base di avena con la frutta, tipica colazione dei paesi del nord. A vedersi non è per nulla invitante, ma non mi sono lasciato influenzare dall’aspetto e ho voluto fidarmi e provare: dopo i primi esperimenti un po’ deludenti ho trovato la mia combinazione giusta e ora faccio colazione con il Porridge due o tre volte a settimana, variando gli ingredienti e i sapori.
Nella mia versione la variante più determinante è l’aggiunta dei semi di chia, lasciati a bagno insieme all’avena, sulla falsa riga dell’uso che se fa per l’iskiate, la bevanda energetica naturale dei Tarahumara, resa nota al grande pubblico grazie al libro Born to Run.

Ingredienti del Porridge:

  • fiocchi di Avena
  • miele
  • semi di chia
  • acqua
  • latte (opzionale)
  • frutta secca
  • frutta fresca

Preparazione del Porridge

Chiamarla “ricetta” mi sembrava troppo, visto che non dobbiamo cucinare 🙂

  1.  Versare in un pentolino 5 cucchiai colmi di fiocchi d’avena (pari circa a 60 grammi) e spargere sopra un cucchiaino di semi di chia. Aggiungere acqua fino a coprire il tutto, quindi lasciare riposare.

    Io questa procedura la faccio la sera, prima di andare a letto, così c’è tutto il tempo perchè l’avena si possa gonfiare assorbendo l’acqua e la chia possa gelificare.
    Quando ho voglia di porridge, ma non ho messo a bagno avena e chia la sera prima, la mattina metto nel pentolino solo l’avena che dopo dieci minuti ha già assorbito l’acqua.

  2. Accendere il fuoco e versare un cucchiaio di miele. Qualcuno suggerisce di mettere anche un pizzico di sale, io non lo faccio. Se il composto è molto solido si può aggiungere un po’ d’acqua o un po’ di latte (di soia, riso o avena), se è molto liquido lo si può far bollire più a lungo. Di solito bastano cinque minuti.
  3. Versare in una tazza. Aggiungere frutta a pezzi e secca (il cosiddetto topping).

Una vita di corsa, una vita per la corsa

Correre è la mia vita è un diario intenso e dettagliato che elenca l’infinità di gare cui ha partecipato lo straordinario Giorgio Calcaterra, che ha dedicato l’intera vita solo alla corsa. In tutti i suoi anni di carriera ha preso il via indistintamente alle 5 chilometri fino a ultra-maratone di 100 chilometri, con una media di 30 maratone all’anno, quasi tutte sotto le 2h30m.

Non contano solo le Olimpiadi o le medaglie, conta la sfida con se stessi e il volersi mettere alla prova sempre e comunque.
[G. Calcaterra]

Pur non essendo un atleta professionista si è trovato di diritto nella nazionale italiana di ultra, vincendo più di un campionato mondiale sui 100 chilometri e arrivando sempre primo dal 2006 ad oggi alla mitica 100 chilometri del Passatore, da Firenze a Faenza.
In questo libro, ripercorrendo le sue imprese, non perde occasione per dichiarare la sua guerra al doping, con feroci critiche verso gli atleti che facendo uso di EPO hanno tagliato il traguardo prima di lui e di altri, rubando il podio e i premi.

“Preferisco arrivare ultimo che non tagliare il traguardo”
[G. Calcaterra]


Lo Sport Watch GPS per il triatleta

Dopo oltre un anno con al polso il Garmin Forerunner 310 XT ho voluto fare un salto e passare ad un modello superiore, anche se non l’ultimo modello rilasciato. La scelta è ricaduta sul Garmin Forerunner 910 XT approfittando del calo di prezzi per l’uscita del suo successore, il Forerunner 920 XT, che comunque non mi piace: tramite PrivateSportShop ho acquistato il Triathlon Pack con fascia cardio, cinturino di ricambio e supporti per lo sgancio rapido della cassa e aggancio sul manubrio. Il collegamento con Garmin Connect avviene tramite una piccola chiavetta USB Ant+, tanto piccola che la si può lasciare nella porta USB del portatile.

Qualche consiglio sul Garmin Forerunner 910 XT

Se lo si usa solo come GPS sport watch, registrando l’attività per poi spegnerlo fino alla prossima sessione, nessun problema. Nel caso invece venga usato come orologio, e pertanto tenuto sempre acceso, può capitare che, impostato sulla modalità nuoto in piscina e avviato, non registri le vasche. Quindi è sempre meglio spegnerlo e riaccenderlo prima di una nuova attività natatoria.

Se impostato nella modalità “nuoto in vasca” il GPS si disattiva automaticamente, riducendo sensibilmente il consumo della batteria: io ho impostato una delle schermate della modalità nuoto con l’orario, così da poter usare il 910 XT come orologio e tenerlo al polso quotidianamente.

Ogni volta che si sceglie “nuoto in vasca” viene chiesto di specificare la lunghezza della vasca: anche se costringe a premere una volta in più il bottone “conferma”, lo trovo molto più comodo ed immediato rispetto ad altri dispositivi, ad esempio il Garmin Fenix 3, dove la lunghezza della vasca va definita in un sottomenu delle impostazioni.

Poiché la registrazione delle vasche avviene tramite il sensore di movimento, è bene tenere fermo il polso durante le pause a fine vasca. Inizialmente non lo sapevo: chiacchierando con i compagni della SGM Triathlon in attesa delle indicazioni dell’istruttore, con il mio gesticolare, ho fatto registrare circa 1000 metri in più.

Nella funzione multisport automatico (per le gare di triathlon) conviene fare una registrazione di prova prima di iniziare la gara, premendo il tasto “lap” per accertarsi che da nuoto passi a t1, poi a bike, a t2 e infine a corsa, senza mai impallarsi. Se registra tutto, si può cancellare la prova e affrontare la gara in serenità, se invece il tasto lap non passa alla frazione successiva, si deve interrompere (tasto “start/stop”), registrare (tasto “lap” per 3 secondi), quindi spegnere e riavviare il dispositivo e rifare la registrazione di prova multisport automatico.
Ho provato sulla mia pelle questo inconveniente durante il Rimini Challenge 70.3, dove il device si è impallato ed è andata perduta la registrazione della frazione di nuoto. Mentre grazie alla registrazione di prova ho evitato problemi al triathlon olimpico di Bardolino.

Molto comoda la possibilità di creare gli allenamenti personalizzati, impostando tempi e andature per i diversi lavori da fare: riscaldamento, ripetute, pause, defaticamento, etc.
In questo modo, con un po’ di pazienza ho ricreato le tabelle del coach Paolo Lazzarin e per ogni uscita adesso è sufficiente scegliere dall’elenco quale allenamento eseguire: il 910 XT mi avvisa ad ogni cambio, con indicazioni sul ritmo da tenere, la durata e il tempo mancante.


Veloci e leggere. Anzi, velocissime e leggerissime.

Scarpe da triathlon, categoria A1, leggerissime e comode, le Asics Gel Hyper Tri nella mia scarpiera hanno preso il posto delle Asics DS Racer 9.

Vengono vendute con i doppi lacci (normali ed elastici), hanno anelli sul tallone e sulla linguetta per infilarci gli indici e agevolare la calzata veloce durante le transizioni. Ideali per Triathlon su distanza sprint, si prestano bene anche senza l’uso di calze in quanto non ci sono cuciture nella parte interna che vanno a sfregare con la pelle del piede.

Ho appurato che le Asics Gel Hyper Tri calzano mezzo numero in meno rispetto agli altri modelli Asics.

 


Bevanda energetica con semi di Chia per correre come i Tarahumara

L’iskiate è una bevanda energetica naturale che ho conosciuto grazie al libro Born To Run, che racconta dei Tarahumara, il popolo messicano di ultra corridori, e delle loro usanze. Tra queste c’è una semplice bevanda, fresca, dissetante ed energetica, fatta di acqua, di semi di chia e spremuta di limone.
Io solitamente metto la chia a bagno la sera e la mattina, appena sveglio, aggiungo il limone e bevo.

Ingredienti base dell’iskiate:

  • semi di chia
  • acqua
  • limone

Ingredienti opzionali

  • menta
  • ghiaccio

Preparazione dell’iskiate

Riempire a metà un bicchiere d’acqua e versare un cucchiaino colmo di semi di chia. Mescolare e lasciar riposare per alcune ore: con il passare del tempo la chia gelifica. Se possibile ogni tanto mescolare di nuovo.
Spremere un limone e aggiungere il succo nel bicchiere, quindi bere nell’arco di pochi minuti.
Se si vuole realizzare una versione più scenografica e dissetante, aggiungere un paio di cubetti di ghiaccio, alcune foglie di menta e una fetta di limone.


Tri like a DeeJay, tri with Aldo Rock

Premessa

Dopo aver creato un evento nazionale con la DeeJay Ten, Linus & Co. hanno deciso di provarci col triathlon, forse invogliati dai tanti racconti epici del mitico Aldo Rock che da anni accompagnano la trasmissione DeeJay Chiama Italia (qui la registrazione dell’intervento di Aldo in trasmissione il giorno prima della gara).
E così, al grido di “Tri like a DeeJay”, ecco che comincia la promozione del primo DeeJay Tri previsto su distanza Sprint e Olimpica, organizzato nella comoda cornice dell’Idroscalo, a 10 chilometri da casa mia.
I responsabili della mia società, la SGM Triathlon, decidono che questa gara, nella versione sprint, sarà assunta a “gara sociale” e invitano tutti gli atleti soci ad iscriversi. E così ad inizio anno segno sul calendario questa gara: dopo gare “lunghe” e l’ultimo mezzo Ironman a Rimini, ho voglia di tornare a sfidarmi su gare brevi e veloci. Il mio ultimo sprint risale a maggio 2016, quando ho aperto la stagione con il mitico Sprint di Andora, un classico.
E poi lo sprint dell’Idroscalo è la gara con cui ho debuttato nel mondo del triathlon, nel “lontano” 2014: se è vero che il primo triathlon non si scorda mai, è altrettanto vero che si vuole sempre migliorare, ripetendo a distanza di tempo la stessa gara.
E con tutte queste premesse mi iscrivo, nonostante un costo di iscrizione piuttosto esoso per uno sprint (45 euro), “ma tanto risparmio in costi di trasferta” penso.

Anche se la DeeJay Ten non me la cago perchè è troppo pop, il DeeJay Tri non me lo voglio perdere… quando si dice “coerenza”.

Gli 850 pettorali vengono venduti velocemente e molti miei compagni di squadra ritardatari non fanno in tempo ad iscriversi, peccato. Alla fine però della SGM Triathlon siamo iscritti in 20.

La settimana della gara

La gara è sabato. Giovedì approfitto della giornata di sole per andare a lavorare in bici: la strada che devo fare, nella parte che costeggia l’Idroscalo, ripercorre il tracciato della gara, così la provo, memorizzo la posizione delle buche e dei punti sconnessi, provo alcune curve e cerco di immaginare la sensazione adrenalinica che mi aspetta.
Sul gruppo whatsapp della squadra vengono postati i nomi, i pettorali e le batterie assegnate a ciascuno di noi. Io ho il pettorale 488 e sono in quinta e penultima batteria: ma come? Io ho il rank, dovrei essere nelle prime batterie, come è possibile? Ok, l’anno scorso ho fatto solo uno sprint, ma due anni fa ne ho fatte due: il rank l’ho ottenuto e dovrei averlo mantenuto.
Provo ad indagare e scopro che lo sprint di Portoferraio del 2015 non era “di rank”, quindi, non avendo fatto due sprint nel 2016, ho perso la mia posizione in classifica per il 2017.
Mi metto il cuore in pace, pensando che partendo dalla quinta batteria avrò più stimoli nel recuperare quelli che sono partiti prima di me.
Venerdì, sul ritorno dall’ufficio, mi fermo a ritirare il pacco gara che merita solo per la maglietta in cotone rosso con lo slogan bianco “Tri like a DeeJay”: la sfoggerò nelle prossime occasioni: faccio triathlon io, mica una corsetta di 10 chilometri!

Prima di andare a letto metto nel pentolino 5 cucchiai di avena con un cucchiaino di semi di chia per la colazione dell’indomani; prima di addormentarmi ripasso mentalmente le procedure da svolgere in sequenza nelle due transizioni di gara.

 


Da tapascione ad atleta. Per un’ora.

Premessa

A turno i gruppi podistici, che di solito organizzano tapasciate per i campi su varie distanze, prendono possesso delle piste di atletica per 24 ore e sfidano gli altri gruppi podistici, invitandoli a creare delle squadre di 24 persone con l’obiettivo di stabilire chi riesce a percorrere più metri in 24 ore, correndo su pista di 400 metri.
Avevo partecipato un paio d’anni fa ad una 24x1ora organizzata dal Gruppo Amatori Podismo Saronno  e la formula mi era piaciuta, nonostante la pioggia, perchè era la mia prima volta in pista.
Sapevo che il Gruppo Podistico Zeloforamagno, con cui sono tesserato tramite la convenzione con la SGM Triathlon, organizza ogni anno una 24x1ora, ma la novità di quest’anno è che la SGM Triathlon ha deciso di fare una squadra di soli triatleti e così mi sono trovato iscritto per il turno della domenica, dalle 9 alle 10.

Franco, promotore dell’iniziativa e si occupa dell’organizzazione, crea il classico gruppo whatsapp per definire dettagli e orari di ciascun partecipante, la gara avrà inizio alle 11 di sabato 13 maggio.
Io ne approfitto del pomeriggio libero per uscire in bici dopo pranzo con Zuff e Walterino, muniti entrambi di bici da crono e con la voglia di far sgaloppare le due Canyon.
Io invece non ho ancora smaltito la fatica del mio mezzo ironman al Challenge Rimini e fatico a tenere il loro passo, soprattutto dopo 70 chilometri: alla fine vengono fuori quasi 100 km con una media di 31 km/h. Soddisfatto, ma stremato, scendo dalla bici e controllo il telefono: 75 messaggi! Il gruppo whatsapp ha preso la sua deriva ed è diventato la telecronaca della gara, con decine di foto più o meno tutte uguali dei compagni che si alternano in pista.

24x1ora, la gara

La sveglia è comodamente puntata per le 7:00, ma mi sveglio prima come spesso succede quando ho un impegno. Controllo il telefono, non mi stupisce l’orario (6:55), ma il numero di notifiche Whatsapp. “Ah già sarà il resoconto della gara delle ore notturne”
Ora però le foto sono diverse dalle precedenti: tutte sotto-esposte, mosse o sfocate.
Faccio colazione con il mio porridge alla banana, indosso il mio body sociale da triathlon (che si sappia che siamo triatleti!) e raggiungo in macchina il centro sportivo di Zelo. Come apro la portiera una musica incalzante mi investe e mi indica la strada verso la pista di atletica dove sta correndo Mino, che ha il turno dalle 8 alle 9. Allo stand dello Zelo mi forniscono la cavigliera con il chip, il pettorale della squadra n°40 e le spille da balia per attaccarlo alla maglietta. Ma io sono un triatleta, non uso le spillette, non buco il mio body: nel mio zaino ho ancora la fascia porta-pettorale che c’era nel pacco gara del Challenge Rimini.
A bordo pista mi accolgono Franco, il Morsi, Otto, Ernesto e Gabriella; tra una pacca sulle spalle e qualche consiglio è bene che mi riscaldi un po’: un giro di pista dovrebbe bastare, con tutti quelli che mi toccherà fare tra poco!
Allo scoccare dell’ora Mino è ad ¼ di pista, quindi deve terminare il giro prima di darmi il cambio alla postazione 40 dopo la linea di partenza e passa un altro minuto. Ci battiamo la mano, come nel wrestling, e parto per il primo giro. Ho tolto l’autolap sul mio Garmin Forerunner 910 XT con l’idea di premere il tasto “lap” ad ogni passaggio sotto il gonfiabile della partenza in corrispondenza dei sensori di passaggio collegati ai chip dei partecipanti: primo giro 1’36”. Forse sono partito un po’ troppo forte, non posso tenere la media dei 4 minuti al chilometro, rallento un filo. Le gambe girano bene, ad ogni pressione del tasto lap l’orologio mi dice 1’45” e la frequenza cardiaca è stabile intorno a 150 bpm. In pista ci sono una cinquantina di persone, ne sorpasso tante, meno di quante sorpassino me e questo continuo rincorrersi non fa pensare alla monotonia del percorso.
Dopo 5 chilometri, fatti in poco più di 21 minuti, comincio a sentire il caldo e la fatica di un ritmo che non è il mio, devo tener duro, ma la velocità cala un filo: ogni lap ora dura circa 1’48”. Su un paio di punti della pista ci sono dei volontari con dei secchi d’acqua che offrono spugne bagnate, così li uso come aggancio mentale per non pensare alla fatica: prendo al volo una spugna, mi bagno testa, spalle, schiena e cosce mentre percorro mezzo giro di pista dove butto la spugna ai piedi di un altro volontario e me ne faccio dare un’altra. E così via per altro mezzo giro.
Dopo mezz’ora mi concedo un gel energetico con la speranza che mi consenta di mantenere questa velocità per il resto della prova. Considerando che la frequenza cardiaca ora è salita intorno ai 155 bmp e rischio di entrare in disidratazione, mi faccio passare una bottiglietta d’acqua dai miei compagni a bordo pista, che mi incitano costantemente, ad ogni giro: devo ammettere che è un bello stimolo.
E intanto sono passati 45 minuti e poco più di 10 chilometri.. “dai che tra 15 minuti è finita!”.
Il mio ritmo cala ancora di qualche secondo: ora giro a 1’50”.
Nel frattempo è arrivato anche Zuff che ha il turno dopo il mio: gli darei il cambio subito, se potessi. Sono in quella fase dove tutto il corpo ti dice di mollare e la testa è combattuta sul da farsi: rallentare e tornare nella comfort zone o stringere i denti e continuare imperterrito?
“Ok, non si molla un cazzo!”
Dai, 10 minuti.
Dai, 5 minuti.
Dai, ultimo giro.
Provo ad accelerare sugli ultimi 150 metri di pista, come se fosse l’arrivo di una staffetta olimpica. Taglio il traguardo e raggiungo la postazione 40 dove mi aspetta Zuff per darci il cinque e sancire il cambio. Stoppo il 910 XT: 59 minuti, 13,8 km, ritmo medio 4’17”.

Prologo

Prendo fiato, mentre i miei compagni di squadra presenti mi circondano per i complimenti di rito e i commenti a caldo: “dai che siamo al decimo posto!”. Vorrei abbracciarli, ma mi rendo conto di essere completamente bagnato, non tanto per il sudore ma per i mille spugnaggi che mi sono fatto; mi accorgo solo ora che persino le scarpe e le calze sono zuppe.. ecco il problema di esagerare con l’acqua, me l’avevano detto.

Ho fatto 33 giri di pista. Facendo due conti corrispondono a 13,2 Km: il gps non è stato tanto preciso, quindi non sono stato tanto veloce come credevo mentre stavo correndo. Tradotto: si può migliorare.
L’anno prossimo ci riproviamo e non ci accontenteremo del decimo posto, vero ragazzi?

 

Foto dell’organizzazione su Facebook


Mezzo Ironman tra i colli romagnoli

Premessa

Questo è stato il primo resoconto di una gara che ho scritto e che, dopo averlo condiviso su Facebook, mi ha fatto scattare la voglia di aprire un mio blog… e così grazie al Rimini Challenge 70.3 è nato VunDuTri.com
E’ stata la prima volta in cui ho provato a mettere per iscritto un racconto di come ho vissuto la fantastica esperienza del mio quarto triathlon sulla media distanza. Per poterlo rileggere e rivivere in futuro, per poter trasmettere qualche emozione a chi vorrà leggerlo, a chi riga dopo riga sentirà aumentare il desiderio di cimentarsi con un mezzo ironman e, perchè no, consentire di trarre qualche consiglio a chi pratica triathlon.

L’iscrizione al Rimini Challenge 70.3

Mi sono iscritto al Rimini Challenge 70.3 a luglio 2016, 10 mesi prima della gara, così da darmi un obiettivo importante per l’inizio della stagione 2017 ed essere motivato ad allenarmi durante i rigidi mesi invernali. Pensavo di fare la gara senza la presenza dei compagni della SGM triathlon; tradotto senza lo “stress della competizione”. E invece durante la cena di fine anno, tra le varie gare sulla media distanza, si è deciso che il Rimini Challenge 70.3 sarebbe stata la gara per chi volesse cimentarsi con un mezzo ironman: 1,9 km di nuoto, 90 km di bici e 21 km di corsa. E così, da solo che dovevo essere, ci siamo trovati iscritti in 14!
Per la cronaca: ho suggerito io durante la cena questa gara come la più adatta. Quando si dice “coerenza” 🙂

Gli allenamenti

Ho iniziato a fare triathlon nel 2014 e da allora mi sono sempre allenato “a sensazione”, che è un modo figo per dire “a cazzo” 😀

A volte facevo uscite con la squadra, altre reinterpretavo a modo mio le tabelle viste sui libri e sui siti di triathlon. A gennaio però, quando si definiscono i buoni propositi per l’anno appena iniziato, ho deciso di affidarmi ad un coach. Grazie a suggerimenti del Pado e Corti  mi sono affidato a Paolo Lazzarin. Così ho avuto modo di costruire, poco alla volta, il percorso verso questa gara, costretto a rivedere completamente il modo di allenarmi. Del tipo che tra una ripetuta e l’altra dovevo camminare. “Cosa?!? Ma camminare è un disonore! Vabbè, se però lo dice il coach lo faccio“.
Ho cominciato a conoscere le mie zone cardio, a capire quando si entra in disidratazione o in crisi di fame, cercando di ripensare e interpretare tutte le sensazioni delle gare passate. Insomma un bel percorso di crescita, che è solo all’inizio.

L’alimentazione

Dal giovedì ho iniziato a seguire le indicazioni alimentari del coach per il cosiddetto “carbo-load”, anche se non per filo e per segno, soprattutto da venerdì sera visto che stando in trasferta a Rimini, tra albergo e ristoranti, non c’è sempre quello che prevede il piano e mi sono dovuto buttare anche su piadine e cassoni 🙂
Non ho mai mangiato tanta pasta e tanta marmellata come in questi 4 giorni. Accompagnate da spinaci e integratori di vitamine, potassio e magnesio.
Psicologicamente mi sento pronto e carico. Temo solo per il meteo che continua a cambiare e c’è rischio pioggia sul tracciato in bici: io non vado mai in bici quando piove e per di più ho appena montato i nuovi pneumatici slick.
Ho alcuni dubbi sulla strategia di alimentazione in gara: mi è sempre stato detto che i prodotti che si assumono in gara andrebbero prima testati in allenamento; quando ho detto ai miei compagni che nelle borracce avrei messo maltodestrine e fruttosio mi hanno fatto terrorismo psicologico in quanto a qualcuno aveva procurato la dissenteria in gara. Nonostante questo ho deciso di fidarmi delle indicazioni del coach: 2 borracce in bici e 4 enervitene per la frazione di corsa. Nessun alimento solido.

Rimini Challenge 70.3: la gara

Circa 1300 partecipanti; io che speravo di essere nelle prime batterie (visto che ho il rank sul 70.3) scopro di essere nell’ottava e ultima batteria. Dei miei compagni solo Fede è in ottava con me, tutti gli altri partono prima: perchè questa ingiustizia?!
Mi spiegano che le batterie sono state formate in base alla categoria/età e gli M1 come me e Fede sono in ultima batteria. In poche parole: partenza dopo 30 minuti rispetto ai primi.

Frazione Nuoto

Il mare è piuttosto freddo, circa 16°, con un’onda di 50 cm, il cielo coperto. Tutti sfoggiano sgargianti mute nuove da triathlon a spessore variabile, molti mettono cuffie di neoprene sotto la cuffia della gara. Io indosso la cuffia bianca della mia batteria e analizzo la mia vecchia Aqua Sphere aqua skin, muta da nuoto, spessore costante di solo 1 mm, e che ormai è al suo quinto anno di attività: nonostante i buchi e gli strappi sotto le ascelle io ci sono affezionato. “Mi farà andar forte lo stesso” mi dico per convincermi che non è ancora arrivato il momento di cambiarla.

Mandrie di triatleti vengono indirizzati dentro i recinti e le batterie si susseguono con partenze ogni 5 minuti. Vedo tutti i miei compagni di squadra prendere il via, mentre sale l’adrenalina e la tipica ansia pregara. Vabbè, ne approfitto: studio il tracciato, guardo la posizione delle boe e le traiettorie che seguono i 1100 triatleti già in acqua: ognuno va dove vuole in balia di onde e corrente. E dopo il primo giro di boa sono troppo lontani per capire che cosa succede. Conto le boe e cerco di memorizzarle: rossa, rossa, nera, nera. Quelle nere faccio fatica a vederle da riva.

Suona la tromba del nostro turno, avvio il Garmin Forerunner 910 XT e 200 quarantenni agguerriti corrono verso un mare scuro che ci schiuma addosso, impedendo di nuotare per numerosi metri perchè l’acqua è bassa. E allora io vado di delfinetto, tuffandomi nella cresta delle onde e sbucando fuori prima dell’onda successiva per spiccare un altro balzo. Con questo sistema guadagno metri e posizioni pur essendo entrato in acqua tra gli ultimi.
Mi metto a nuotare e cerco il mio ritmo regolare, il freddo non lo sento già più; anche se ad ogni gara mi riprometto di respirare ogni tre bracciate, parto subito ogni due, respirando sempre a destra per non esporre la bocca all’onda che frange di traverso.
Tirando fuori la testa sulla cresta delle onde riesco a vedere e puntare direttamente la prima boa nera, a 650 metri da riva. Comincio a superare concorrenti con la cuffia di un colore diverso dalla mia: sto raggiungendo i più lenti delle batterie partite prima… una bella sensazione.
Il giro di boa è sempre un po’ trafficato e chi si trova lì contemporaneamente è costretto a farsi largo tra manate e pedate: vedo qualche sguardo preoccupato di atleti che in acqua non sono a loro agio e vorrebbero attaccarsi alla boa e invece vengono travolti da chi vuol passare in fretta.
Inizio il secondo tratto, da 850 metri, ma per quanto mi sforzi non vedo boe direzionali. E nemmeno quella nera che è lontana, là in fondo, da qualche parte. In un mare nero una boa nera, anche se c’è scritto sopra Jaked, è praticamente invisibile. Forse era meglio un altro sponsor.
Procedo completamente a caso, seguendo i triatleti davanti, che spero seguano quelli ancora più avanti, facendo cordata fino alla tanto agognata boa.
850 metri sono tanti. Ma non così tanti e attorno a me vedo ormai poche cuffie bianche: ho paura di aver nuotato troppo, mi fermo in mezzo al mare, la riva sembra lontanissima e della boa nessuna traccia. Poiché sono convinto di averla superata decido di virare di 90° e puntare direttamente la spiaggia dove è ben visibile il gonfiabile giallo fosforescente dell’uscita. “Ecco, il giallo fosforescente è un bel colore per le boe, mica il nero”.
Poco dopo si avvicina il gommone dell’organizzazione, fischiando all’impazzata per attirare la mia attenzione e quella di altri sventurati dispersi al largo: in tre stanno puntando il dito verso la fantomatica boa nera che si trovava ad un centinaio di metri poco dietro sulla sinistra. Guardo il Garmin: sono in acqua da 20 minuti e ho fatto 9 metri. “Come 9 metri?! Ne avrò fatti almeno 1500! Vabbè ci pensiamo dopo, ora dietro front”, giro la boa e poi a manetta. (Si è scoperto solo dopo che si erano dimenticati di posizionare una boa direzionale rossa a metà del lungo tratto).
Con le onde finalmente a favore e la destinazione visibile canticchio “zitto e nuota, nuota e nuota” mentre le braccia continuano a mulinare.
Arrivo dove si tocca dopo circa mezz’ora in acqua.


Oddio, devo correre una maratona tra 10 giorni?

Premessa

La mia prima maratona l’ho corsa a Reggio Emilia nel dicembre del 2015: appena tagliato il traguardo mi ero ripromesso “mai più!”. Poi il tempo passa, restano solo i ricordi belli e – sull’adagio “il dolore è temporaneo, la gloria è per sempre” – nei buoni propositi per il nuovo anno in arrivo si è insinuata nella mia testa la voglia di riprovarci.
A dicembre 2016 con i compagni della SGM Triathlon si parlava di fare una maratona insieme: valutando le varie opzioni la scelta più comoda era la Milano Marathon ad aprile. “Ma sì, si può fare, sono già iscritto al Rimini Challenge Triathlon 70.3 per maggio e i tempi per allenarsi ci sono, ne riparliamo da gennaio.”
Passano le settimane e nessuno parla più della maratona di Milano. Vedo su Strava qualcuno che fa dei “lunghi”, ma io da febbraio sto seguendo le tabelle del mio nuovo coach Paolo Lazzarin per la preparazione al mezzo ironman e il mio ultimo lungo sono 25 km corsi sui colli romagnoli a gennaio.

L’email

From: <mm@tds-live.com>
Date: 2017-03-24 17:23 GMT+01:00
Subject: Conferma Iscrizione 17a Milano Marathon del 02/04/2017 per BABONI SIMONE
To: BABONI SIMONE

Object:
CONFERMA ISCRIZIONE
Nome: SIMONE
Cognome: BABONI
Sesso: M
Data di nascita: 14/4/1975
Pettorale: 4650
Griglia: GRIGLIA ARANCIO
——–

Come? Dove? Quando?
Si, ok, avevo detto che mi sarebbe piaciuto correre una maratona, ma erano pensieri dell’anno scorso, non ho più dato conferma, non mi è stato detto più nulla, non ho nemmeno pagato l’iscrizione, come è possibile?
Scopro solo il giorno dopo che l’efficiente Zuff a dicembre aveva dato i nominativi degli interessati al nostro referente del Gruppo Podisti Zeloforamagno, con cui siamo affiliati, per un’iscrizione agevolata di gruppo, quindi sì, sono iscritto anche io. E adesso? La gara è tra 9 giorni, non posso fare nessun allenamento propedeutico o specifico: o rinuncio o la affronto.

La gara

Ovviamente decido di partecipare, confidando sul fatto che gli allenamenti per il mezzo ironman mi stanno abituando a sforzi di oltre 4 ore, anche se in combinato bici più corsa.
Avviso il mio coach per chiedergli consigli. “Vai, prendilo come un allenamento. Corri con un ritmo di 5 minuti al chilometro”. Se, vabbè. Il mio lungo più recente sono 18 chilometri, qui devo farne 42.
Verifico quali compagni della SGM Triathlon sono iscritti con me: il Mago, il Baluba, Paolino, Valter e un Giovanni che non conosco. Decidiamo di andare insieme e l’appuntamento è per le 8.30 alla stazione metro di San Donato, visto che con il pettorale abbiamo anche il biglietto MM andata e ritorno compreso.
Mago e Paolino sono al debutto sulla distanza regina, per me è la seconda volta, mentre il Baluba è un veterano: ha corso 21 maratone!
Arriviamo ai Giardini Indro Montanelli insieme a sciami di altri runner e cerchiamo un posto comodo dove prepararci prima di infilare i vestiti nella sacca e portarla ai container che la custodiranno durante la gara. Fa freddino, potrebbe anche piovere, io opto per una maglia termica a maniche lunghe con sopra il tri-top, pantaloncini corti da triathlon, gambali a compressione e visierina 2XU; concludo con lo zainetto da trail:

Mi da sicurezza avere lo zainetto da trail: corro in autonomia idrica, posso bere poco e spesso quando ne sento voglia o bisogno, senza dover aspettare i ristori, dove peraltro spesso devi bere dai bicchieri… avete mai provato a farlo correndo? L’acqua finisce ovunque tranne in bocca!

 


Leggi questo libro e cambierai il tuo modo di correre

È il libro che tutti i runner dovrebbero leggere, secondo il mio parere molto più de “L’arte di correre” di Murakami. Born to run è una via di mezzo tra un romanzo ed un lungo articolo giornalistico, è il racconto di un viaggio alla ricerca di un mitologico popolo di corridori messicani, con svariate digressioni sul mondo delle ultra-maratone e dei personaggi che gravitano attorno a queste gare al limite delle possibilità umane. Il tutto atto a dimostrare che l’essere umano è nato per correre, meglio se scalzo o, al massimo, con dei sandali.

Se pensi di non essere nato per correre, non stai rinnegando solo la tua storia. Stai rinnegando ciò che sei.

Tra interviste e ricerche, il giornalista runner Christopher McDougall, fornisce tantissimi dati scientifici e consigli tecnici, sulla corsa e sull’alimentazione, in particolare dopo la scoperta del popolo dei Tarahumara che riesce a scovare nelle asperità delle montagne messicane, irraggiungibili se non a piedi. Instaura con loro un rapporto di fiducia e rispetto, al punto di riuscire ad organizzare una gara proprio tra i loro sentieri invitando alcuni tra i più straordinari ultra-maratoneti americani.

Born to run ha cambiato il mio punto di vista sulla corsa, arrivando al punto di voler modificare il modo di correre e di alimentarmi: ad esempio ho cercato di spostare l’appoggio dal tallone all’avampiede, usando scarpe meno ammortizzate e ricercando uno stile di corsa cosiddetto “natural”, fino ad adottare per alcune corse ed allenamenti i Luna Sandals, come i Tarahumara.
Ho scoperto i semi di chia, che fino a qualche anno fa trovavo solo in erboristeria, e mi preparo regolarmente l’iskiate, la bevanda energetica con i semi di chia e limone.